Rivista quadrimestrale interdisciplinare
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GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 33 di Giano. Pace ambiente problemi globali, settembre-dicembre 1999

L’EBREO, IL NERO E L’INDIO NELLA STORIA DELL’OCCIDENTE

di Domenico Losurdo


1 Tipologie del razzismo 2 “Autorazzizzazione" e “eterorazzizzazione" 3 Tre forme di despecificazione naturalistica 4 L’ebreo, il nero e l’indio come figure idealtipiche5 Antisemitismo, anticamitismo, anticanaanismo 6 Idealtipi e mobilità 7 Classi sociali, processi di razzizzazione e eugenetica sociale e etnica – 7 Scoperta, etnicizzazione e liquidazione del “virus" rivoluzionario 8 I pezzenti della penna, il ghetto e la taverna 9 Processi di razzizzazione e conflitti internazionali 10 Per una storia unitaria delle vittime dei processi di razzizzazione 11 Il nero e l’indio: la tragedia e il “negazionismo" continuano



1. Tipologie del razzismo

Come orientarsi nel dedalo di pregiudizi, fobie, aggressioni, crimini e orrori generalmente sussunti sotto la categoria di “razzismo"? A questa domanda cercano di rispondere le numerose tipologie che sono state elaborate. Negli Usa, e con lo sguardo rivolto all’esperienza storica di questo paese, uno studioso propone di distinguere tra razzismo “di dominio" (dominative) e razzismo di “avversione" (aversive). Il primo, che ha a lungo caratterizzato il Sud, mira alla creazione di una casta ereditaria erogatrice di forza–lavoro servile o semiservile; il secondo, sviluppatosi invece al Nord, si preoccupa di evitare contaminazioni e contatti tra bianchi e neri e, a tale scopo, si spinge talvolta sino a prospettare una soluzione radicale consistente nella rideportazione dei neri in Africa o comunque al di fuori del territorio metropolitano (è questo l’orientamento anche di Lincoln). Può certamente essere utile la distinzione qui suggerita. E’ però da notare che, sino a quando la razza considerata inferiore e repellente continua a risiedere negli Usa, il razzismo di avversione influisce pur sempre sulla configurazione delle istituzioni politiche e del mercato del lavoro in senso favorevole alla razza dominante: oggetto di ripugnanza e tenuti a debita distanza, i neri vengono esclusi dai diritti politici e confinati nei segmenti inferiori del mercato del lavoro (e dunque l’avversione non è separata mediante una barriera insormontabile dal dominio politico, dal controllo sociale e dallo sfruttamento economico).

Un altro studioso statunitense, con lo sguardo rivolto se non esclusivamente al suo paese comunque soprattutto al continente americano, mette in evidenza le differenze che sussistono tra razzismo “paternalistico" (paternalistic) e razzismo “competitivo" (competitive). E’ certo utile distinguere due periodi diversi nella storia dell’oppressione dei neri: negli Usa, dopo l’abolizione della schiavitù e il loro emergere come concorrenti sul mercato del lavoro e sul mercato politico, essi diventano il bersaglio di un’orribile violenza extralegale (terrorismo squadristico del Ku Klux Klan, linciaggi ecc.) assente nella fase precedente, in cui l’istituto della schiavitù rendeva legalmente possibile il controllo totale dei neri e la loro totale esclusione da qualsiasi prospettiva di mobilità sociale e politica. E prima dell’abolizione della schiavitù, anche nelle Indie Occidentali, in America Latina ecc. sarebbe possibile osservare, secondo l’autore, un razzismo paternalistico, più o meno passivamente subito dalle vittime, le quali maturano una sorta di sentimento d’inferiorità e di autofobia (self–deprecation). Solo in rare occasioni questa passività cede il posto a esplosioni di rivolta e a movimenti rivoluzionari.

Anche questa seconda tipologia ha presente quasi esclusivamente la sorte dei neri (o quella degli indios o pellerossa sottoposti a servaggio), e mal si adatta alla comprensione della vicenda storica degli ebrei (nonostante qualche cenno fugace ad essa). Siamo in questo caso in presenza di un gruppo che, almeno sino alla fine dell’Ottocento e all’avvento dell’antisemitismo biologico in senso stretto, non è oggetto dell’avversione fisica che da lungo tempo infuria a danno dei neri: incessanti sono i tentativi, le pressioni e intimidazioni dei cristiani per convertire gli ebrei e assimilarli e fonderli nella loro comunità. Nella storia della persecuzione antiebraica il “razzismo di avversione" interviene molto più tardi che nella storia delle persecuzione contro i neri. Soprattutto, una volta conseguita l’emancipazione, sull’onda della rivoluzione francese e delle successive rivoluzioni ottocentesche, gli ebrei non sono propriamente oggetto né di un razzismo di dominio (in Europa occidentale e negli Usa godono dei diritti politici e occupano talvolta posizioni di grande prestigio a livello economico e sociale) né di razzismo paternalistico (gli antisemiti continuano a riservare loro uno sguardo carico di sospetto e di odio). Sì, possono essere oggetto di razzismo competitivo, come mette in evidenza, facendo riferimento all’Europa orientale, la seconda tipologia sopra citata; ma non è questo l’aspetto principale dell’agitazione antisemita, la quale insiste invece sul pericolo politico e ideologico rappresentato da un popolo, cui essa rimprovera slealtà patriottica e nazionale e tenebrose e fantastiche operazioni di sovversione e complotto rivoluzionario.

A partire dalle due tipologie in questione difficilmente si può spiegare la “soluzione finale". Da questa invece prende le mosse uno studioso francese, Taguieff, il quale propone di distinguere tra “razzismo di sfruttamento" ovvero “razzismo di dominio" (a danno dei popoli coloniali), impegnato a gerarchizzare il rapporto con l’“Altro", e “razzismo di sterminio", che “mira a eliminare l’Altro per eccellenza (esempio “l’ebreo")". Avremmo dunque due “razzismi idealtipici": da un lato, il “razzismo coloniale", ovvero l’“eterorazzizzazione" ai danni di un gruppo etnico estraneo alla comunità e che si intende sfruttare sul piano economico: in questo caso sarebbe all’opera “una logica che impone di conservare in vita l’Altro –certo inferiore ma pur sempre fonte di profitto". Ben diversa è l’“autorazzizzazione che prende di mira un gruppo interno ed implica “una logica dell’esclusione radicale, la cui finalità è l’abolizione della differenza in quanto tale, mediante lo sterminio totale dell’Altro, in modo che la propria identità possa essere conservata".

Questa tipologia, che vorrebbe essere assolutamente generale, pecca però di schematismo. In primo luogo ignora il “razzismo di avversione", che mette in crisi la dicotomia cara all’autore francese. La deportazione, che non può essere assimilata né allo sfruttamento né allo sterminio, gioca un ruolo importante nella storia degli Usa: prima ancora di Lincoln, già Jefferson pensa a tale misura come alla soluzione definitiva della questione negra. D’altro canto, come avremo modo di approfondire, anche la storia dell’antisemitismo è attraversata in profondità dal progetto di deportazione o emigrazione volontaria o coatta degli ebrei. Dunque, razzismo anti–nero e razzismo antiebraico s’incontrano almeno in ciò, nell’aspirazione ad evitare ogni contatto col gruppo etnico osteggiato, grazie ad una separazione fisica garantita dalla distanza spaziale e geografica (vediamo qui all’opera, in entrambi i casi, il “razzismo di avversione").

Taguieff procede invece ad una contrapposizione netta, antitetica, tra la follia ideologica e genocida dell’antisemitismo e la logica del calcolo economico propria del razzismo coloniale. Proprio perché ispirati dalla brama di dominio e di sfruttamento, i conquistatori si sarebbero comunque preoccupati di “conservare in vita l’Altro". Di nuovo emerge lo schematismo dell’autore francese, che sembra assimilare e confondere due fenomeni tra loro sensibilmente diversi, quali lo sfruttamento (capitalistico) e il saccheggio (coloniale). Il saccheggio delle risorse, l’appropriazione violenta ad esempio della terra dei popoli coloniali può ben comportare il loro sterminio, la loro decimazione o la loro deportazione. In effetti, nel Nord America, la storia degli indios o pellerossa è la storia di successive deportazioni (e decimazioni). A confutazione definitiva di ogni schematismo, la minaccia o la messa in atto, in modo più o meno radicale, della deportazione caratterizza la tragedia sia dei neri che degli ebrei e degli indios (in quest’ultimo caso, però, si tratta di una misura ispirata da un razzismo non già di avversione ma di dominio e di saccheggio).

Persino per quanto riguarda quella particolare risorsa che è la forza–lavoro, nel caso sia disponibile in misura illimitata o pressoché illimitata, essa può essere utilizzata mettendo tranquillamente in conto la morte per stenti, maltrattamenti e inedia degli schiavi via via utilizzati. E’ così che i conquistadores spagnoli hanno decimato gli indios. Ma anche la storia dell’antisemitismo presenta alcuni fenomeni simili. Almeno in una prima fase, il Terzo Reich fa man bassa delle risorse degli ebrei, sottoponendoli al terrore squadristico, rinchiudendoli in campi di concentramento o costringendoli all’emigrazione. Persino la “soluzione finale" è punteggiata dall’utilizzazione degli ebrei così come degli altri “indigeni" dell’Europa orientale (secondo la definizione di Hitler) in quanto schiavi, da spremere sino all’ultimo respiro e da immolare in massa in funzione del rafforzamento della macchina produttiva e bellica della Germania nazista.


2. “Autorazzizzazione" e “eterorazzizzazione"

 

[...] continua



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