Rivista quadrimestrale interdisciplinare
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GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 32 di Giano. Pace ambiente problemi globali, maggio-agosto 1999

LA "PRIMAVERA" DELL’ECOLOGIA ITALIANA

di Giorgio Nebbia


I pericoli segnalati dalla contestazione degli anni ‘60 ‘70 sono aumentati, ma vengono sottaciuti o "nascosti nell’armadio"




La domanda di nuovi diritti

Dalla metà degli anni Cinquanta e durante gli anni Sessanta si è formato e diffuso in molti paesi, e anche in Italia, un grande movimento per i "nuovi diritti": nuovi soggetti, fino allora subalterni, hanno scoperto di essere tali per colpa del modo in cui le grandi compagnie industriali operavano nel libero mercato (movimenti per la difesa dei consumatori e "movimento ecologico") o operavano in complicità col potere politico e col suo braccio militare (protesta contro la guerra, l’imperialismo, le armi di distruzione di massa, il servizio militare, lo sfruttamento delle risorse del "Terzo mondo"), o per colpa di pregiudizi (movimenti per i diritti della donna, delle minoranze etniche, per i diritti degli animali, per i diritti dei malati mentali e dei disabili), eccetera.

Ciascuna delle forme di oppressione, e ciascuna delle forme di ribellione, si intreccia con altre e i militanti di un movimento hanno combattuto anche per altri aspetti. Per esempio i militanti del movimento ecologico sono stati talvolta (anzi spesso) anche attivi nella lotta contro le armi, contro il servizio militare, nella lotta per la rivendicazione dei diritti dei popoli del terzo mondo, nella lotta per la difesa degli "altri" animali, nella lotta contro l’esplosione dei consumi e così via. Il movimento di "contestazione ecologica" comprende le proteste che partono dalla presa di coscienza della posizione che gli esseri umani hanno nella natura e delle violenze che gli esseri umani esercitano contro la natura, in quanto animali speciali, dotati di particolari strumenti – il modo di produzione capitalistico, l’avidità finanziaria, il mito dell’artificiale, molte forme di tecnologia – che sono fonti di inquinamento, di rifiuti, di distruzione delle piante e degli altri animali.

L’origine delle violazioni dei diritti "ecologici" va ricercata nell’organizzazione capitalistica della vita sociale e nei rapporti fra esseri umani basati sul denaro. Questo non significa che i paesi in cui si è avuta, più o meno a lungo, un’organizzazione socialista o comunista della società siano stati più rispettosi della natura e non esclude che i paesi soggetti ad un capitalismo di natura fascista (nazismo, fascismi italiano e francese) possano avere temporaneamente organizzato una vita meno violenta contro la natura. Così come non esclude che nei paesi capitalistici democratici possano essere stata, talvolta, rallentata la violenza contro la natura: per esempio nel periodo di Teodoro Roosevelt negli Stati Uniti; durante il New Deal di F.D. Roosevelt; in Occidente negli anni Settanta dopo la crisi petrolifera, eccetera. Tuttavia, a ben guardare, l’organizzazione capitalistica e del libero mercato può funzionare bene soltanto con un crescente sfruttamento, a fini privati, dei beni collettivi della natura e dell’ambiente.

La crisi ambientale, infatti, deriva sostanzialmente dall’appropriazione privata dei beni collettivi: il mare o l’aria, che non "appartengono" a nessuno, possono ben essere usati per scaricarvi, senza pagare niente, le scorie delle attività private delle fabbriche e delle città; le strade, che non appartengono a nessuno, possono ben essere occupate dalle automobili private evitando ai proprietari di affrontare i costi del parcheggio; i boschi, che non servono a niente, possono ben utilmente essere tagliati per ricavarne spazi per le strade e le case di vacanza o per ricavarne legno per la carta. La violenza contro i beni collettivi, "inutili" (a Ronald Reagan, quando era governatore della California, si attribuisce la battuta che "chi ha visto una sequoia le ha viste tutte"), dalla cui integrità peraltro dipende il benessere di altri soggetti umani e non–umani, è, insomma, una delle forme per far aumentare l’utile monetario di alcuni soggetti economici e anche, alla fine, il reddito nazionale complessivo. Nei primi anni, nella breve primavera (1965–1975) della contestazione ecologica, qualcuno scrisse con macabra ironia che l’inquinamento atmosferico contribuisce ad aumentare il reddito nazionale perché le automobili inquinanti costano di meno e se ne possono fabbricare e vendere di più, e, facendo aumentare la malattie, fa lavorare gli ospedali e i fabbricanti di casse da morto.

Qualsiasi forma di difesa della natura e dell’ambiente (così come di difesa di tutti gli altri diritti) può venire perciò soltanto da un movimento di protesta – da un movimento di liberazione – generato spesso da una minoranza e poi esteso a un gran numero di persone. La storia del movimento "ecologico" mostra la sua forza, ma anche la sua fragilità: il potere economico e quello dei governi, disturbati dalla domanda di cambiamento, reagiscono con diverse dinamiche, talvolta assorbendo e facendo proprie le richieste di cambiamento per mettere a tacere gli oppositori e per non cambiare niente, talvolta ridicolizzando la protesta con abili operazioni di revisionismo ecologico. Una ricostruzione della "primavera dell’ecologia" presenta qualche interesse perché può permettere di riconoscere sia i volti della violenza e delle lotte, sia le azioni da intraprendere, se si vogliono rallentare le violenze contro la natura e contro l’ambiente, in un momento in cui il capitalismo diventa il modo planetario, "globale", di regolare i rapporti fra cittadini e popoli e fra esseri umani e natura.



Le radici della contestazione ecologica

[...] continua



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