Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 36 di Giano. Pace ambiente problemi globali, settembre-dicembre 2000

SEBASTIANO TIMPANARO, "MARXISTA E LEOPARDIANO"

di Luigi Cortesi

 

Sebastiano Timpanaro è morto a Firenze il 26 novembre 2000 dopo un’;improvvisa e breve malattia. Aveva 77 anni ed era ancora nel pieno delle proprie forze intellettuali e del proprio lavoro. Una commemorazione estesa a tutta la sua vita e alla sua intensa e complessa attività di studioso non è qui possibile, né sarei in grado di scriverla. Voglio semplicemente ricordarlo per l’amicizia della quale mi onorò e per il suo rapporto con "Giano", che è stato assai più ricco di quanto possa far pensare l’unico articolo che ci consegnò per la pubblicazione, apparso sul numero 1 della rivista, nell’ormai storicamente remoto 1989, sotto il titolo Il Verde e il Rosso. Memorie lontane e riflessioni attuali.

Quando "Giano" nacque, Sebastiano fu infatti fra i primi ai quali mi rivolsi per avere solidarietà e consiglio. Non mi fece mancare né l’una né l’altro, e del resto sui temi ai quali "Giano" intendeva dedicarsi c’era già una certa comunicazione tra di noi. Avevo discusso con lui del mio volume Storia e catastrofe nei primi anni Ottanta, quando lo stavo scrivendo, e nel 1983 gli avevo dato in lettura l’intero dattiloscritto. Mi fece qualche osservazione formale e un’obiezione sostanziale di contenuto: circoscrivere i rischi che gravavano sul Pianeta ad una guerra nucleare tra le Superpotenze era un grave decurtazione; il rischio ecologico, in apparenza meno urgente, era in realtà altrettanto grave, a maggior ragione per il fatto d’essere più insidioso e di avere una maturazione più lenta di una catastrofe bellica. In una lettera dell’agosto 1983 a Rocco Mario Morano egli aveva riassunto la sua visione con molta efficacia, estrapolandola dagli studi sul Leopardi, ma riconducendo il tema alla contraddizione tra sviluppo incondizionato del capitalismo e prospettiva del comunismo: "Se non vogliamo cadere in una forma di teologia storica [] dobbiamo riconoscere che niente ci garantisce la vittoria finale e perenne del Progresso. [] a me pare estremamente inverosimile che la specie umana, unica fra tutte , sia destinata all’immortalità, anche quando il sole si sarà raffreddato (o anche quando lo "sviluppo" capitalistico, prima che un vero comunismo sopraggiunga ad arrestarlo, abbia inquinato l’ambiente fino a renderlo invivibile, anche senza il bisogno di una terza guerra mondiale )" (lettera del 12 agosto 1983 in "Ipotesi Ottanta", n. 8–9, p. 68).

Conoscevo già questa obiezione di Sebastiano poiché egli me l’aveva più d’una volta esposta direttamente. Ma essa non aveva scosso la mia convinzione che espressi in questi termini nella prefazione al libro (dicembre 1983): "Ho tralasciato programmaticamente ogni genere di "apocalisse lenta" per concentrarmi solo ed esclusivamente sul rischio nucleare. E ciò non soltanto per non mescolare troppi problemi, ma per una precisa convinzione di priorità e di urgenza. Ho fiducia che l’Uomo – un Uomo che abbia saputo liberarsi dal fantasma della guerra e dalla catastrofe finale cui essa porterebbe – sarà in grado di affrontare i problemi economici, politici di più lunga scadenza (L. Cortesi, Storia e catastrofe. Considerazione sul rischi nucleare, Napoli, Liguori editore, 1984, p. 13).

Sbagliavo, e continuai a sbagliare in questa direzione per alcuni anni; e con me sbagliavano (se posso permettermi questo giudizio) gli amici e compagni che diedero vita a "Giano", i quali condividevano la priorità del rischio nucleare, sottovalutando comparativamente i problemi ecologici. In verità, l’errore non era frutto di arbitrio. Gli anni di incubazione della rivista furono segnati in profondità dalla "crisi degli euromissili" e dalle grandi mobilitazioni pacifiste, e noi eravamo sotto l’impressione sia dell’imminenza di una guerra che avrebbe potuto distruggere l’Europa e compromettere l’intera biosfera, sia dell’importanza dello schieramento pacifista come terreno di coltura di un’alternativa politica e culturale di massa al sistema.

Su questi problemi ci furono ancora tra Sebastiano e me varie discussioni. Non posso fingere che esse rappresentassero un’inquietudine diffusa, né che preludessero a chi sa quale "rivoluzione copernicana" – per usare il linguaggio di Günther Anders – nella cultura italiana. Non ignoravamo di essere abbastanza isolati tra gli intellettuali che rifiutavano le conseguenze del pessimismo della ragione: Sebastiano ricorda il "netto dissenso" e perfino l’ilarità suscitati dai suoi commenti ad Engels sulla fine dell’umanità, e io ho ben presenti le battute di altri storici e colleghi di università a proposito del mio maniacale "catastrofismo". D’altra parte, neanche dopo, e neanche ai nostri giorni mi sembra che la cultura italiana abbia, sia pure parzialmente, recepito quei problemi e le loro dimensioni e implicazioni reali.

Ma era giusto che dalla discussione tra di noi emergessero i punti di disaccordo. Ed egli ne scrisse nella sua risposta all’inchiesta Gli intellettuali italiani e la condizione atomica che fu la prima testimonianza in proposito, insieme a quella di Edoardo Amaldi, che pubblicammo su "Giano" proprio nel primo numero (lo scritto è stato solo parzialmenteriedito in 1945: Hiroshima in Italia, Testimonianze di scienziati e intellettuali, un volumetto che curai per la Cuen di Napoli nel 1995). A giudizio di Sebastiano io avevo capito l’importanza del problema da lui affrontato in uno dei saggi di Sul Materialismo; e avevo giustamente messo in rilievo la riluttanza dell’Occidente al disarmo bilaterale proposto da Gorbaciov, e le sue ragioni; ma mi ero astenuto dal trattare di una possibile fine della civiltà umana per "inquinamento nucleare e chimico non bellico e per altri danni ecologici, perché – uso le parole con le quali egli riassumeva la mia tesi – "se l’uomo riuscirà a scongiurare la catastrofe nucleare bellica, potrà affrontare con speranze di successo [] quella che egli chiama ’;apocalisse lenta’ ". Le cose stavano già allora molto diversamente. Erano già constatabili l’imminenza e la già raggiunta e dimostrabile concretezza del danno ambientale, ormai "reversibile con grande difficoltà e presente in molte forme, il buco nell’ozono, la crescente diffusione di radioattività, l’inquinamento dei cibi e dell’aria" (S. Timpanaro, Il Verde e il Rosso. Memorie lontane e riflessioni attuali, "Giano", 1, 1989, p. 104).

Non mi diffondo ora su tutto il contenuto dell’articolo che è di straordinaria ricchezza, anche perché contiene l’essenziale del pensiero di Timpanaro e ci aiuta a capire le difficoltà di rapporto che egli ebbe col mondo esterno, e con un trend dell’economia e della politica che gli parve sempre più ostile. Mi limito a segnalare il suo valore autobiografico – dal rammarico per la mancata partecipazione alla Resistenza alla lunga milizia nel Partito socialista italiano, dallo sconcerto provocato dal lancio delle bombe atomiche sul Giappone alla consapevolezza, raggiunta negli anni Cinquanta, del possibile "suicidio nucleare dell’umanità"; un’angosciosa consapevolezza che si agganciava alle sue nevrosi adolescenziali, ma anche le superava diventando via via il risultato di un’analisi politica razionale. Proprio per la sua mancanza di pudore autocritico e per la semplicità del tutto inconsueta con la quale esponeva dubbi e ansie (una semplicità che è appunto dono dell’estrema sofferenza), mi accadde di dire di lui, e di riferirgli in una lettera, che mi appariva "come uno che entra nudo in una sala dove tutti vestono la marsina" (e non pochi, avrei potuto aggiungere, la livrea).

I fatti hanno dunque dato ragione all’uomo straordinario recentemente scomparso, e continuano a dargli ragione. La transizione ad una diversa organizzazione sociale – orientata non solo alla difesa degli interessi dei cosiddetti "strati deboli", ma alla scomparsa delle classi e dello Stato e alla salvaguardia, insieme, della natura e del genere umano – questa transizione può non avvenire oppure trovare lo slancio delle rivolta solo quando i processi di distruzione delle condizioni di vita saranno giunti a punti di non ritorno. Il che non significa cessare la lotta, perché l’etica ingigantisce nella riduzione dei margini.

Era questo dunque il chiodo fisso di Sebastiano Timpanaro, il motivo della sua sofferenza. Studioso di Giacomo Leopardi, egli aveva tratto dal grande poeta e pensatore il senso della solitudine esistenziale e della fragilità della stessa condizione umana; ma penso che saremmo in errore se diluissimo quella sua sofferenza nel solco del pessimismo filosofico preatomico, e non considerassimo l’altro aspetto della sua attività critica e della sua passionalità, cioè l’interesse al presente umano e il suo aspetto prettamente politico. Egli fu infatti un’intellettuale profondamente e totalmente militante. Questa definizione può stupire chi lo conosca come grande classicista e filologo e come uomo di vastissima e raffinata erudizione, cooptato nell’Accademia dei Lincei, che da "signore della cultura" ha scritto di letteratura greca e latina, di linguistica, di marxismo, di psicoanalisi.

Qui io lo ricordo come marxista a tutto tondo e come discutitore originale e creativo del marxismo stesso, e fustigatore del revisionismo dei versipelle, non soltanto di singoli intellettuali, ma anche dei politici della sedicente (ormai) sinistra, responsabili dei sistematici adattamenti che dai vertici delle istituzioni "rosse" sono stati fatti scendere giù giù a corrompere e a predisporre al compromesso le basi proletarie dei partiti e del sindacato. Nessuno ha visto più chiaramente di lui questo processo di inquinamento sociale e ne ha predetto i risultati. No, egli non era un "signore della cultura", ma un uomo d’angoscia e d’amore per il mondo, che ha pagato fino in fondo la continua ricerca di un rapporto concreto tra la conoscenza e la realtà, tra lo studio e la partecipazione politica.

E’ stata una partecipazione che ha avuto limiti d’espressione nella sua ritrosia a mostrarsi, ad intervenire, a parlare in pubblico, a entrare in un’università; che è sembrata restringersi in un volontario confino. Penso che noi dobbiamo rivendicare la sua presenza di pacifista socialista e rivoluzionario nelle nostre elaborazioni e nelle nostre lotte, e assicurare la continuità d’una milizia critica e di uno scavo nell’angoscia contemporanea che hanno fatto di Timpanaro un esempio raro di coerenza e di coraggio.



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