Rivista quadrimestrale interdisciplinare
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GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 37 di Giano. Pace ambiente problemi globali, gennaio-aprile 2001

LO STATO COME SOGGETTO DI VIOLENZA. UN APPROCCIO GENEALOGICO

di Domenico Di Fiore


La mia relazione vuole essere una radiografia del potere statale, mirata ad evidenziare i pilastri diacronici che sorreggono il barocco edificio – dalle forme sempre più complesse ed avvolgenti – le cui stanze sono ad un tempo rifugio e prigione di una modernità che ha saputo risolversi solo nella propria immunizzazione, rappresentandosi nella terrifica immagine del Leviatano




1. La formazione dello Stato: guerra e tassazione
Una ricognizione sul potere statuale, per quanto sbrigativa, se vuol dar conto delle costanti strutturali del fenomeno, non può non prendere le mosse dal suo momento originario, o almeno da quello che la ricerca storiografica ha convenzionalmente fissato come tale, riferendosi peraltro a quella particolare costellazione dell’Occidente europeo che ha gettato la sua ombra luminosa su una società agricola e feudale segnata dalla ingombrante presenza del Papato e dai persistenti residui dell’Impero. La bibliografia sull’argomento è notoriamente sterminata: è quindi giocoforza – ed a maggior ragione entro esigui limiti di spazio – muoversi in maniera selettiva e perciò anche, in qualche modo, provocatoria. Va in ogni caso tenuto presente, come dato primario ampiamente riconosciuto e stigma dell’avventura del Moderno, che lo sviluppo dello Stato si è intrecciato, "nell’arco di novecento anni, con il progresso permanente e cumulativo dello strumento militare e di ciò per cui esso è stato creato, vale a dire la guerra"1: "la guerra fece lo Stato, lo Stato fece la guerra"2, ha sintetizzato efficacemente Charles Tilly.
Partiamo allora da due saggi, contenuti in una importante silloge su La formazione degli Stati nazionali nell’Europa occidentale, la cui lettura combinata può offrirci il materiale di base ed una precisa chiave d’accesso per la nostra riflessione. Nel primo di essi Samuel Finer inscrive il processo di formazione statale all’interno di un sistema a tre variabili, due lineari – consolidamento territoriale e differenziazione funzionale – più una terza non lineare – il modo di governo –; vi affianca, come distinto e successivo, il processo di Nation–building; e specifica come "la funzione del ’militare’ nel processo di formazione dello Stato e della nazione non è identica a quella della coercizione […], né […] è eguagliabile a quella della conduzione bellica"3, tanto da meritare un’analisi specifica. Esperendo la quale si nota come il rapporto tra formazione dello Stato e format militare – inteso per "format militare" tanto la composizione che la dimensione della forza armata – rimandi ad una serie piuttosto nutrita di variabili intermedie che tendono però a riunirsi in "cicli di interazione reciproca". Di questi cicli, o paradigmi, Finer ne individua sei e ne segue l’evoluzione attraverso un’analisi comparata dei casi francese, inglese e prussiano. A noi basterà notare in generale come il "ciclo di scelte sul format", cioè la valutazione dei parametri di ’rendimento’, ’costo’ e ’fedeltà’ della forza armata, induca progressivamente il "ciclo di sfruttamento delle risorse–coercizione" a spostare l’asse del reperimento dei fondi necessari al mantenimento degli eserciti dal momento puramente coercitivo, poco vantaggioso in termini di ottimizzazione dei tre parametri citati, a quello consensuale, attraverso il "ciclo convinzioni sociali–format", cioè tramite l’attivazione del supporto ideologico alle scelte unilaterali dei decisori politici. La creazione di una doxa condivisa diviene così l’obiettivo strategico del sovrano, insieme alla concessione di un minimo di benefici come contropartita della dedizione richiesta ai sudditi: di qui la "invenzione" della Nazione, la nascita dei Parlamenti, lo sviluppo dei "droits de l’homme" e, pertanto, la loro stretta connessione con il "ciclo di formazione dello Stato". Il periodo compreso tra la Rivoluzione francese ed il Congresso di Vienna segna un’accelerazione esponenziale di questo fenomeno: "lo spartiacque napoleonico prefigura il secolo successivo e la guerra totale. Il concetto che la Rivoluzione francese aveva generato, il sacrificio, e cioè l’eguaglianza nel sacrificio dal momento che la madrepatria è un patrimonio comune – questo concetto era destinato a radicarsi"4. Infatti il periodo successivo, fino al 1914, vede il consolidarsi in tutta l’Europa continentale di uno specifico format militare: "questo nuovo format comportò la considerazione di un illimitato grado di sfruttamento delle risorse umane"5, reso possibile proprio dalla funzione sociale dell’ideologia. Gli effetti di questa articolazione e complessificazione del potere statale si videro tutti nelle due guerre mondiali e nella estrema "burocratizzazione delle convinzioni sociali – la logica estensione del processo di formazione della nazione – fino a produrre Stati che noi descriviamo come ’totalitari’"6.
Il secondo saggio cui ho accennato è complementare al primo e lo dobbiamo a Gabriel Ardant, che integra in un punto fondamentale il contributo di Finer ponendo inoltre due ulteriori questioni di assoluto rilievo per la comprensione delle modalità funzionali e dell’essenza stessa della macchina statale. L’integrazione riguarda l’analisi del rapporto di reciproca sollecitazione tra tassazione e guerra per tutto il periodo di formazione delle entità statuali europee, mentre i due approfondimenti sono dedicati, sempre per lo stesso periodo, all’enorme grado di reattività sociale all’imposizione fiscale7 ed al potente incentivo offerto all’espansione ed al consolidamento della burocrazia dalla necessità di approntare un apparato funzionale di riscossione delle imposte. Una simile esigenza di razionalizzazione fu avvertita particolarmente in Europa continentale nel corso del XVIII secolo, allorché "si sviluppò la tendenza a istituire monarchie burocratiche aventi una struttura gerarchica sul tipo del modello francese"8, in grado di incrementare ad un tempo la capacità di esazione ed i volumi della produzione e del commercio, dal momento che, comunque, "l’imposizione e l’esazione di tasse [e dunque la possibilità di fare guerre] sono indissolubilmente legate a un’economia di scambio"9. Si capisce bene allora come "i requisiti militari necessari per la preparazione e la conduzione di guerre costituirono forse lo stimolo principale alle riforme – soprattutto alle riforme fiscali"10. Ma il tentativo del "dispotismo illuminato" di risolvere dall’alto dell’astratta ragione problemi concreti come tasse e guerra naufragò contro lo scoglio delle resistenze dal basso e da parte dei ceti privilegiati. Per superare questi ostacoli lo Stato, secondo l’affermazione di Luigi XVI, aveva bisogno della Nazione – ovvero dell’ideologia. E non basta, perché "le nazioni in quanto tali non avrebbero potuto consolidarsi senza i sistemi costituzionali"11.
Va osservato che entrambi gli schemi, di Finer e di Ardant, sono perfettamente compatibili con il più inclusivo e sofisticato modello esplicativo sulla formazione degli Stati europei di cui disponiamo: quello elaborato da Stein Rokkan per estensione del modello a quattro variabili diacroniche (differenziazioni: economico–tecnologica, militare amministrativa, giudiziaria–legislativa e religiosa–simbolica) di Talcott Parsons12 integrato dallo schema di classificazione delle scelte individuali (secondo le tre variabili di "exit", "voice" e "loyalty") di Albert Hirschmann13. Ne risulta "un modello a più stadi che produc[e] un profilo strutturale dei sistemi politici"14 tale da consentire, con l’ulteriore specificazione di quattro fasi temporali (penetrazione–forza, unificazione–cultura, partecipazione–diritto e redistribuzione–economia), una ottimale comparazione tra sistemi. La conclusione che trae Rokkan dall’applicazione del suo modello alla realtà europea è che la fase di penetrazione–forza, precedendo le altre in un contesto di ancora bassa mobilitazione sociale, ha fatto sì che "gli Stati–nazione occidentali abbiano avuto la possibilità di risolvere alcuni dei problemi più difficili nella costruzione dello Stato prima di dover affrontare la durissima prova della politica di massa"15. Anche per Rokkan, dunque, il momento della forza è centrale e fondativo.
Per riassumere questi studi, possiamo dire che il processo di formazione degli Stati europei ha un andamento spiraliforme, connotato da un input iniziale di uso della forza per il reperimento delle risorse atte a condurre guerre per l’estensione del territorio statale, forza che a sua volta induce forme violente di resistenza al prelievo fiscale, le quali fanno di rimando emergere la necessità di ampliare il format militare e specializzare l’apparato di riscossione: quindi ancora più tassazione, più resistenza, più esercito e burocrazia e così via di seguito. Evidentemente "queste esigenze si autoalimentavano […]. In questo modo – annota Charles Tilly – si chiude il circolo comprendente come indissolubilmente connessi e interdipendenti la formazione dello Stato, le istituzioni militari, e l’esazione delle poche risorse disponibili da una popolazione riluttante"16, all’interno del necessario volano dell’economia di scambio – necessario, abbiamo detto, per consentire quote sempre crescenti di gettito fiscale. Su questa relazione potente tra sviluppo capitalistico e consolidamento del potere statale basterà qui richiamare gli studi di Fernand Braudel17. Possiamo invece aggiungere che allo stesso Tilly si deve la suggestiva proposta "di ricostruire il processo di formazione degli Stati in termini di protection racket: gli Stati sono soggetti che, estorcendo risorse, offrono protezione contro minacce che essi stessi contribuiscono a produrre"18. Una ipotesi che consente di cogliere in tutte le forme statali la compresenza di ordine e caos, di Leviathan e Behemoth19.


2. Il consolidamento del potere statuale: partecipazione subalterna e scambio ineguale

2a. Stato e diritto.
Concentriamoci adesso, tralasciando la fase (ovviamente decisiva e interrelata con le altre) della "unificazione" culturale, sull’evoluzione del potere statale successiva a quello che Finer ha chiamato lo "spartiacque napoleonico", [...] continua



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