Rivista quadrimestrale interdisciplinare
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GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 39 di Giano. Pace ambiente problemi globali, settembre-dicembre 2001

L’AFGHANISTAN DOPO IL 5 DICEMBRE 2001

di Giorgio Vercellin

L’Agreement non é un trattato di pace, ma un’intesa preliminare. I segni positivi che esso contiene possono tuttavia vanificarsi, e il paese ripiombare nel caos, in assenza di un concreto interesse internazionale alla ricostruzione


Gli eventi dell’11 settembre 2001, con l’assalto terroristico al World Trade Centre di New York e al Pentagono hanno indubbiamente segnato in maniera indelebile la storia del mondo. L’accusa rivolta dagli Stati Uniti e fatta propria dalla comunità internazionale (anche se mai davvero documentata in maniera del tutto convincente) che essi fossero stati organizzati da Osama Bin Laden e dalla sua organizzazione terroristica al–Qaeda, e il fatto che da alcuni anni lo stesso Osama fosse ospitato e protetto dal regime dei taliban che dal 1996 controllava il potere in gran parte del territorio dello Stato dell’Afghanistan ha fatto s" che la ritorsione degli Stati Uniti abbia appunto colpito l’Afghanistan. Le conseguenze di quel marted" fino ad adesso hanno inevitabilmente riempito le pagine di quotidiani, riviste e libri, e ancor più in futuro avremo ricostruzioni storiche e analisi politiche di tutti i vari eventi e protagonisti. Nelle pagine che seguono io mi limiterò a proporre ai lettori di "Giano" alcuni elementi che ritengo utili per meglio cogliere non tanto il pregresso, quanto la situazione come si sta delineando oggi (febbraio 2002).


Alcune linee di tendenze


Affinché siano il più possibile chiari i limiti che mi sono posto preparando il presente intervento, sottolineo che non é mio interesse in questa sede ripercorrere in dettaglio né le vicende successive al 1997 (data di un mio precedente saggio apparso sempre su "Giano") e neppure gli sviluppi immediatamente precedenti e successivi all’11 settembre. Segnerò solo alcune linee di tendenza, con lo sguardo rivolto non tanto al pregresso (che da allora é stato completamente squassato e trasformato) quanto soprattutto ai primi segni del nuovo panorama che sembra delinearsi. In questo senso ovviamente il quadro al momento in cui scrivo (appunto inizi febbraio 2002) é certo tutt’altro che definibile, ma purtuttavia é possibile mettere in luce alcuni dati. I quali ovviamente rischiano a loro volta di essere del tutto scompaginati. Quando nel settembre 1979 chiudevo il mio saggio Afghanistan 1973–1978: dalla Repubblica Presidenziale alla Repubblica Democratica [Venezia, 1979] in cui analizzavo gli eventi che avevano portato al colpo di Stato dell’aprile 1978, alla presa del potere da parte del Pdpa con la successiva frattura fra le due ali del Khalq e del Parciam, alle leggi di riforma e alle prime rivolte contadine (la cosiddetta Rivoluzione di Thaur), il panorama che emergeva era certo ricco di tensioni, ma nulla portava a immaginare l’evoluzione che ne sarebbe seguita, con l’entrata dell’esercito sovietico tre mesi dopo, l’appoggio incondizionato fornito da Ronald Reagan ai mujahidin, e il caos che ne sarebbe seguito, nel quale oltretutto si sarebbe inserito anche l’allora ignoto – oltre che giovanissimo – Osama bin Laden.

Questo a evidenziare che le letture che propongo qui di seguire si basano certo su analisi concrete, ma queste sono basate forse più che su atti effettivi su proiezioni di speranze. Una sola cosa si può dire con certezza, e l’hanno in questi giorni ripetuta in molti, sia dirigenti afghani che rappresentanti delle Nazioni Unite: se la comunità internazionale non si impegna concretamente e rapidamente a fornire finanziamenti e in genere gli aiuti indispensabili per poter avviare la ricostruzione del paese, nel giro di pochissimi mesi l’Afghanistan ripiomberà nel caos.

Ciò detto, é ancora indispensabile premettere in maniera esplicita che le tragiche realtà dell’Afghanistan erano ben note, e da lunghissimo tempo (soprattutto a partire dalla caduta del regime di Najibullah nel 1992), negli ambienti della diplomazia, sia a livello di singoli Stati che delle organizzazioni internazionali, senza che quelle che nell’Ottocento si chiamavano ’le cancellerie’ se ne preoccupassero. Fino all’11 settembre, infatti, l’Afghanistan era al più considerato una ’emergenza umanitaria’ da affrontare soprattutto attraverso azioni di assistenza, quasi sempre affidate a Ong. Le principali proteste contro lo stato di cose in cui era ridotto l’Afghanistan venivano da alcune realtà confinanti, e soprattutto da alcuni leaders centro–asiatici che denunciavano come la crisi in corso minacciava la loro stessa stabilità interna.

[...] continua



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