Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Articolo pubblicato sul numero 41 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", maggio-agosto 2002

Dopo Johannesburg: l’umanità a un bivio

di Giulietto Chiesa e Marcello Villari

L’evento dell’11 settembre è stato funzionale alla creazione di un pericolo fittizio.
La reazione americana pone ora il mondo di fronte ad una degenerazione dei rapporti internazionali speculare a quella strutturale del capitalismoDieci anni dopo Rio



Il secondo Summit sulla Terra, tenutosi a Johannesburg nell’agosto-settembre scorsi ha avuto luogo dieci anni dopo il primo, quello che nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro. Dieci anni, quelli seguiti a Rio, vissuti dal nostro mondo “civilizzato” in preda a un clima di euforia insensata, del tutto non corrispondente alla situazione grave che si era già allora evidenziata nel più importante assembramento di scienziati, di politici, di lobbies delle grandi corporations mai realizzato nella storia dell’Uomo.
Euforia della crescita ormai divenuta “illimitata”, dei suoi tassi ormai sempre meno lineari e sempre più esponenziali, dello sviluppo, ormai divenuto “senza contraddizioni”, della distruzione schumpeteriana vista ormai come soltanto “creativa”, della ricchezza “per tutti”, anche se, “inevitabilmente”, qualcuno finiva per appropriarsi di fette troppo grandi di essa. Ma - si sa, è divenuto senso comune, o almeno così si diceva in tutti i consessi - l’egoismo dell’uomo è una forza motrice e non va frenato. Era l’epoca della TINA, cioè del There Is No Alternative.
Allora, a Rio de Janeiro, si presero impegni solenni per tentare di rimettere in sesto i conti del rapporto tra l’Uomo e la Natura – decisamente grave, tremendamente preoccupante – che era stato evidenziato con abbondanza di dati a corredo. Erano le uniche nubi in un panorama entusiasmante.
Alla vigilia del vertice di Johannesburg si è giunti in un contesto che non è più sufficiente definire preoccupante. Il coro concorde delle voci responsabili parla di “pericolo incombente”, di necessità di porre mano a un “nuovo tipo di sviluppo umano”, da sostituire a quello che ci ha regalato questo decennio di euforia. Da Rio de Janeiro il Prodotto interno lordo (Pil) dei paesi ricchi è cresciuto di circa 10.000 miliardi di dollari, ma dei circa sei miliardi di individui che popolano la Terra, 1,2 miliardi vivono ancora con meno di un dollaro al giorno. Il loro numero, in valore assoluto, non è affatto diminuito. Ci era stato detto che la ricchezza, anche smodata, dei pochi, avrebbe comunque provocato un fallout di benessere sui miliardi di poveri. Chi lo disse mentiva, o non sapeva ciò che diceva. Oggi ci sono almeno 80 paesi che dispongono di un reddito pro-capite inferiore a quello di cui disponevano nel 1992.
I ricchi, arricchendosi, non sono divenuti più generosi, e nemmeno più saggi. L’aiuto dei paesi ricchi ai paesi poveri è infatti diminuito, non aumentato. E’ cioè passato dallo 0,35% del loro PIL (all’inizio degli anni ’90) allo 0,22% dell’anno 2000, ultimo del secolo XX morente. Il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, alla vigilia di Johannesburg, denunciava due drammatici punti irrisolti. L’assenza di una politica internazionale per affrontare, tutti insieme, la sfida della povertà sul pianeta. L’evidenza delle minacce, derivanti simultaneamente dai ritmi di produzione e di consumo, assolutamente insostenibili dall’ambiente naturale.
Non è diverso da ciò che si previde a Rio de Janeiro: è solo molto peggio, nel senso che i trends che là erano stati individuati sono in grande parte più gravi di quanto allora venne previsto. Soprattutto: nessuno tra essi induce a qualche ottimismo. E, ad aggravare il quadro, non è soltanto il tempo perduto. Il fatto è che la crisi economica sta investendo le economie ricche – cioè l’economia mondiale nel suo complesso, poiché la globalizzazione è un dato reale – una dopo l’altra. L’ottimismo è finito. La ripresa è immersa nelle nebbie di un futuro incerto e nessuno sa dire nemmeno se essa sia davvero prevedibile. Il grande esercito degli esegeti del capitalismo senza regole e freni, naturalmente, continua a preconizzare il ritorno della mano invisibile del mercato, ma l’unica freccia nelle loro capaci faretre è il poverissimo argomento che non c’è nient’altro, nessuna ipotesi, nessun sistema alternativo, nessuna teoria che possa sostituirla. Che è come dire che non c’è che da sperare nella Provvidenza, poiché la mano invisibile di Adamo Smith è stata anch’essa, evidentemente, messa in grande difficoltà operative dalla mancanza di regole e di freni.
E’ – sarebbe – il tempo del risveglio. Ma è come se l’umanità ricca (inclusa quella che non è precisamente ricca, ma si trova a vivere nelle società ricche) facesse una gran fatica a risvegliarsi da un bel sogno. E’ questa una delle ragioni che impedisce [...] continua



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