Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Editoriale pubblicato sul numero 48 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", gennaio 2005

Il male della storia e la luce di Falluja



La tragedia dello tsunami ha provocato in Occidente un ritorno d’interesse alla condizione umana. Chi vorrà ricostruire gli echi del maremoto rileverà come sostanziale novità del nostro tempo un improvviso fiorire, nei mass media e nell’opinione del ceto intellettuale, di dubbi e sospetti che non appartengono al consueto della vita sociale borghese, fatta di privilegi e sicurezze. Sono riemerse, di fronte al male imprevisto venuto dal profondo della Terra, le delusioni dei metafisici; e non sono mancate le bestemmie contro i tradimenti di Dio e le insidie della Natura. La chiave è quella delle colpe umane e del castigo supremo, oppure dell’elemento maligno e dell’indifferenza di Dio. E’ riemersa la metafisica stessa. Lunghi articoli e dibattiti televisivi sono stati invasi dal senso della catastrofe risalente a un disegno sovrumano o alla vitalità dell’ignoto. Se ne è cercata la percezione nelle grandi narrazioni mitico-religiose, che rimandano alle nuove Sodoma e Gomorra da espiare.
Tutto ciò può essere inteso, certo, nel quadro d’un senso di colpa dovuto ai fatti e misfatti dell’homo occidentalis, che sotto la sua armatura tecnologicamente perfetta nasconde pur sempre la consapevole fragilità dell’essere sulla Terra. Lo si può intendere, però, anche come impreparazione dell’intelletto generale alla catastrofe, in un mondo il cui avvenire è costellato da probabilità e scadenze di rischio estremo: dove Dio e la Natura non c’entrano, ma tutto sta nella storia e nel grande artificio delle istituzioni. Chi detta il trend della storia e maneggia lo Stato-guerra vuole cioè avere il monopolio della catastrofe.
Consegniamo dunque lo tsunami a geologi e vulcanologi e riportiamo il discorso nella realtà materiale della storia. Questo a noi pare ora necessario, in un quadro di riflessione che abbraccia l’intero rapporto dell’uomo col suo ambiente di vita e ne coglie il precipitare come elemento caratterizzante dell’età moderna; e che quindi richiede nuovi approcci di conoscenza e nuove configurazioni problematiche.
Il secolo trascorso non è stato solo quello delle guerre mondiali, della Somme, di Dresda e di Hiroshima, degli olocausti razzisti, e poi della Jugoslavia e del Ruanda; esso ci ha lasciato in eredità il problema nucleare e quello ecologico. Del tutto nuovi nella storia, ad essi risalgono la crisi della politica, rimasta al divide et impera, e – più in generale – la crisi della cultura, capace di creare mostri che non sa come affrontare; capace di produrre, scriveva Günther Anders, ma non di prevedere e controllare.
La potenza dello tsunami è stata paragonata a quella dell’esplosione simultanea di migliaia di bombe A e H. Ma le bombe verrebbero fatte esplodere alla superficie della Terra, uccidendo e incenerendo molti milioni di persone e intridendo l’atmosfera di radioattività per i superstiti. E queste bombe già esistono, e il mastodontico sistema dello sterminio ne cura con diligenza la manutenzione. Lo tsunami non ha prodotto radioattività e non ha inquinato l’aria e l’acqua. Invece, quotidianamente l’attività dell’uomo, non disciplinata da regole e limiti adeguati, produce e immette nell’ambiente migliaia di tonnellate di materiali gassosi, liquidi e solidi che ne stanno provocando la rapida alterazione. Per non parlare delle guerre e dei loro effetti, intenzionali e oggettivi, sull’ambiente. E ogni giorno migliaia di scienziati e ricercatori studiano nuove tecnologie di guerra e di afflizione.
Questa è dunque la realtà alla quale occorre richiamare quegli anchormen e intellettuali rappresentativi – da Gad Lerner a Emanuele Severino, a Giulio Giorello, a Claudio Magris, gli ultimi due intervenuti rispettivamente contro e in difesa di Dio – che nelle ultime settimane hanno discusso del Male. Il Male non c’è, si scrive con la minuscola ed è dentro la storia; se vogliamo, è alla nostra portata. Si lascino la metafisica e la teodicea e si pensi al crescere e all’esplodere del male storico, che oltre certe soglie significa la fine dell’èra antropozoica. Vedere unicamente le offese della Natura o i silenzi di Dio storna l’attenzione dalle sofferenze che l’uomo infligge a se stesso.
Non mancano le inversioni di senso, che possono disorientare anche i cervelli più dotati. Gli Usa stracciano il Protocollo di Kyoto e il Trattato di Non Proliferazione del 1972; sono responsabili del 70% dell’inquinamento e accendono guerre in giro per il mondo, mentre altre ne minacciano indicando anche i prossimi bersagli; ma il presidente Bush dichiara che gli Stati Uniti devono “diffondere la democrazia in ogni nazione e in ogni cultura”, fino agli “angoli più oscuri della Terra”, e che questo compito investirà numerose generazioni. Ci chiediamo quante ne sopravviveranno a una simile “missione” di pedagogia umanicida.
Ma ci sembra anche giusto chiederci per quanto tempo le generazioni viventi subiranno l’orribile e infame ricatto. Qui il discorso si complica, perché qui da noi si avverte un rilassamento dei movimenti di lotta per la pace e per l’ambiente che sembra preludere ad uno stato di rassegnazione. Questione di fasi o questione, ormai, di diminuita o perduta accumulazione di cultura alternativa? Il dubbio non è piacevole, data l’assenza di una “preparazione ideologica di massa” e di formazioni politiche propulsive, e la mancanza di serie iniziative, che a noi sembra soprattutto da attribuirsi al disorientamento per le recenti abiure dalla tradizione teorico-politica del movimento operaio e le disinvolte conversioni alla “nonviolenza”; la quale non è cosa cattiva, ma è altra cosa da quella tradizione, come è stato chiarito anche in articoli recenti, e come torneremo a ribadire (cfr. A.M. Imbriani, Sulla “politica della non-violenza”; M. Nobile, Terrorismo e pacifismo, “Giano”, n. 46, pp. 5-9 e 11-19).
E tuttavia, se il nostro sguardo si rivolge all’Iraq, che la maggior Potenza del mondo ha devastato con una guerra spaventosa, con l’embargo, con i bombardamenti, e ridotto alla rovina in nome della diffusione della democrazia, constatiamo che già ora c’è una generazione che non accetta, resiste, reagisce eroicamente. Nel complesso, questa resistenza va considerata sul piano del diritto all’autodifesa popolare. Non vogliamo entrare in discussioni fuorvianti circa le forme e la semantica di “resistenza”; non correggiamo gli errori d’ortografia in un messaggio affidato alla bottiglia. Pensiamo a Falluja, una città nella quale tra il novembre e il dicembre alcune migliaia di uomini, donne, ragazzi si sono opposti fino alla morte all’attacco di 15.000 marines dotati dei più sofisticati strumenti di guerra, di antiguerriglia e di caccia all’uomo, e imbarbariti dai trainings delle scuole di guerra americane. Su Falluja, che già gli attacchi di aprile e i continui bombardamenti avevano, secondo l’inchiesta di “Lancet”, reso “una Hiroshima dei nostri giorni” (P. Lombroso, intervista a Gilbert Burnham, “il manifesto”, 15 dicembre), era stata vietata intanto qualsiasi informazione diretta: il macello non voleva testimoni. Il comando di Phantom Fury “non conta i corpi”, ha dichiarato il generale in capo Tommy Franks (v. G. Rampoldi, Le vittime fantasma, “la Repubblica”, 9 dicembre).
Noi invece rendiamo omaggio a quei corpi, e alle menti e ai valori che li hanno sorretti fino alla morte certa. La loro fermezza di fronte ad una guerra inventata da un’amministrazione di ricchi criminali assume le proporzioni di un rifiuto della condizioni attuali del mondo; la loro morte è il rifiuto della morte. Il loro coraggio, il loro sacrificio – al cospetto di un’opinione occidentale passiva o complice, ci appare come una luce nell’attuale buio della civiltà. (l.c.)



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