Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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  “Giano.Pace ambiente problemi globali” n. 51 - settembre 2005

 

KATRINA; LA BOMBA "SPORCA" DI BUSH

Non avremmo potuto caratterizzare il nostro fascicolo se non raccogliendo la provocazione di Katrina. L’uragano che ha sconvolto la più grande, più ricca, più armata Potenza del mondo, per la quale si coniano o si rilanciano definizioni assolute di Superpotenza Unica, Iperpotenza, Impero, ne ha anche smascherato la sostanza asociale, i fondamenti di menzogna che giacciono sotto la corteccia protettiva dei media, i balenii delle armi e del denaro, la commercializzazione dei valori, la profonda mancanza di democrazia. Sono rispuntati, in versione peggiorativa e in termini più aspri, la divisione in classi sociali (che sovradetermina il razzismo), la sofferenza dei poveri, l’ineguaglianza delle condizioni di nascita, di opportunità e di scelta; si è rivisto, nella sua nudità, il capitalismo storico; e si è riofferto alla nostra riflessione il nesso tra questo e la guerra, sostenuta da una spesa militare che alla sua volta regge il tutto e che vorrebbe il mondo intero sottoposto alla sua logica. Si è nuovamente dimostrata la matrice imperialistica del dissesto ecologico globale.
La temutissima “bomba sporca” che l’idra del terrorismo potrebbe introdurre negli States in una valigetta era già là, era fatta in casa, era da lungo tempo pronta ad esplodere. Esploderà ancora, perché le sue fonti sono sempre attive; e non si tratta di autodifesa o di vendetta della Natura, ma di una “semplice” questione di economia politica, capace di sconvolgere l’intera sovrastruttura del vivente.
La nostra analisi è dunque ripartita da queste considerazioni fondamentali e dai relativi collegamenti problematici (scritti di L. Cortesi, V. Sartogo, G. Garibaldi, E.M Massucci; appello di Ramsey Clark; analisi di S. Pollard Cowan dedicata a C. Rice).
Ma non vorremmo che l’invadenza di Katrina mettesse in secondo piano gli altri temi di ricerca. E soprattutto il ripensamento critico della guerra in Jugoslavia proposto dai saggi di Claudio Marta e di Tiziana Lofranco, che ristabiliscono la priorità dei contesti nazionali e internazionali contemporanei sulle interpretazioni e sulle pseudosoluzioni etnocentriche, e il quadro della questione iraniana tracciato nel saggio di Farian Sabahi, con il quale confermiamo la nostra attenzione alla strategia mediorientale e asiatica degli Usa, ma anche alle condizioni interne dei Paesi interessati e al rapporto tra politiche interne e politica internazionale.
Infine: accoppiato a questo n. 51 viene distribuito il fascicolo degli Indici generali della rivista, a cura di Vincenzo Pugliano, dal n. 1 (1989) al n. 50 (2005). Diciassette anni storicamente cruciali che si riflettono in uno strumento di consultazione e di studio indispensabile per il lettore militante e per i gruppi di ricerca e discussione ai quali soprattutto “Giano” si rivolge.

 


 
KATRINA; LA BOMBA "SPORCA" DI BUSH
Luigi Cortesi   Crisi del capitalismo e crisi di civiltà
Vittorio Sartogo   Kyoto chiama, New Orleans risponde
   L’uragano Katrina, un altro crimine da impeachment. Appello di Ramsey Clark, per la manifestazione del 24 settembre
Suzanne Pollard Cowan   Condoleezza Rice: un’icona contro l’uragan
Gabriele Garibaldi   La crisi del Trattato di non-proliferazione e le guerre americane del futuro
CORSIVO   Dismisura e umiliazione, di Enrico Maria Massucci
  
QUADRANTE
Farian Sabahi   Ingerenze statunitensi in Iran: questione nucleare e minoranze etniche
Samir Amin   L’apartheid di Israele nel contesto globale (con una Postilla redazionale)
Gabriele Garibaldi   Prospettive strategiche e pragmatismo nella politica estera del Brasile
OSSERVATORIO    a cura di L. Cortesi, F. Marcelli, G. Garibaldi, P. Zanelli
   Nel 60° di Hiroshima: le rievocazioni, le manifestazioni, un libro (L. Cortesi)
   Crisi dell’ONU (F. Marcelli)
   Il programma nucleare brasiliano, dal militare al civile (G. Garibaldi)
   Sulle elezioni presidenziali egiziane (P. Zanelli)
  
Jugoslavia: per un ripensamento critico
Claudio Marta   Paradigmi della etnicizzazione e interpretazioni capziose delle guerre
Tiziana Z. Lofranco   Bosnia-Erzegovina 1992-1995: per una nuova analisi d’un conflitto “etnico” e d’un intervento “umanitario”
  LIBRI  
Recensioni    P. Serra, Europa e mondo (Domenico Di Fiore)
M. al-Barghuthi, Ho visto Ramallah (P. Zanelli)
Segnalazioni   a cura di .L. Cortesi, V. Pugliano, M. Ronchi, F. Soverina, Di Fiore,
 
English Summaries   
 

Hanno collaborato alla redazione di questo numero:
Giacomo Cortesi, Anna Cotone, Sarah Nicholson, Vincenzo Pugliano, Vittorio Sartogo, Silvio Silvestri


SOMMARI DEL N. 51 DI "GIANO", settembre2005

katrina, la bomba "sporca" di bush

 

Luigi Cortesi, Crisi capitalistica e crisi di civiltà

L’editoriale propone una riflessione ad ampio raggio sulla catastrofe di New Orleans. Esso parte da una considerazione di fondo sulla “fragilità della storia” e sulla obbligatorietà del “senso della catastrofe”, che tuttavia va rigorosamente inscritta non nei cieli della metastoria, ma “dentro il perimetro della prassi umana” in quanto fondatrice di civiltà. Ma quale prassi e quale civiltà? mantenendosi ad un livello interdisciplinare, ma rivolgendosi soprattutto agli storici, l’a. invita ad un “sapere generale” che ricomponga “quanto ora ci appare in conoscenze parcellari e segmenti incomunicabili”. Ciò comporta una aperta autocritica della civiltà occidentale, “principale responsabile della creazione dei grandi rischi e dello sprofondamento verso la barbarie”. La matrice di Katrina sta infatti nell’economia politica falsamente trionfante, che è l’ossatura del modo di produzione capitalistico e la ragione intrinseca alle grandi crisi del secolo XX e questo minaccioso inizio del XXI.
A fronte di ciò sta l’arcaica inadeguatezza della politica, che, ad esempio, “ si sottrae all’ecologia perché teme le conseguenze rivoluzionarie del suo impatto conoscitivo”. La “violenza sui viventi” e i suoi eccidi di massa (secondo J. R. McNeil 25 - 30 milioni di morti per l’inquinamento dell’aria nella sola seconda metà del secolo scorso) non hanno turbato più di tanto i metodi e lo stile della politica.
Proponendo una discussione fra studiosi di storia, Cortesi indica il punto centrale e il più attuale del problema nella cultura che si esprime nello slogan “più mercato, meno Stato” e alla catena dei suoi effetti, che dall’economico finiscono con l’investire il biologico, e l’essenza stessa dell’uomo. New Orleans e gli Usa sono oggi diventati il compendio d’una crisi che si presenta come crisi politica potenzialmente irreversibile. In un mondo di bombe “pulite” la paura escatologica si presenta come “terrificante interno” nucleare: la bomba “sporca” del terrorismo “arabo” o “islamico”, che è invece la semina di terrore che il capitalismo opera nel mondo. Occorre, è urgente, una rifondazione e riclassificazione della politica. Allo stato attuale, il trend che sembra prevalente è quello della trasformazione della crisi del capitalismo in una generale “crisi di civiltà”, alla quale solo grandi rivolte e movimenti di proletariato e di popoli possono porre rimedio.

 


Vittorio Sartogo, Kyoto chiama, New Orleans risponde

L’autore esamina le deludenti conclusioni dell’ultima riunione dei G8 a Gleneagles, Scozia. Sotto la pressione del presidente Bush che ritiene insostenibile per il sistema economico e sociale statunitense la riduzione delle emissioni di gas serra e cioè anche la più timida applicazione del protocollo di Kyoto, tutto è stato rinviato a un nuovo incontro il 1° novembre prossimo. In realtà, l’impressione è che si voglia giungere alla scadenza del protocollo di Kyoto, nel 2012, senza un nulla di fatto. Per imboccare la strada delle tecnologie cosiddette pulite e dell’energia nucleare.
Il devastante uragano Katrina ha messo l’opinione pubblica mondiale di fronte agli effetti del continuo aumento dell’emissione di anidride carbonica, prodotta dalle attività umane. Non si tratta di una vendetta della natura contro gli Stati Uniti, non vi è una relazione immediata e diretta. Invece. il governo Usa è colpevole perché non fa nulla per impedire il cambiamento climatico determinato dai gas serra e gli uragani diventeranno perciò più potenti e violenti, come ormai convengono le ricerche scientifiche, alcune citate nel testo. E’ responsabile della mancata manutenzione del Mississippi. Ed è responsabile perché si è dimenticato dei poveri e di quanti non avevano i mezzi per lasciare la città. La capacità distruttiva di Katrina è solo in parte dovuta a cause climatiche, ma in massima parte politiche


Suzanne Pollard Cowan, Condoleezza Rice: un'icona contro l'uragano

L’uragano Katrina ha mostrato all’opinione pubblica internazionale e nazionale la disuguaglianza sociale e la miseria che coinvolge milioni di cittadini statunitensi. Ma il disastro ha svelato anche la negligenza e l’impreparazione dell’amministrazione Bush a fronteggiare l’emergenza, un’ incapacità che per alcuni è voluta e criminale. Il governo ha replicato alle accuse di incompetenza e indifferenza alle sorti delle popolazioni povere e di colore colpite dal disastro, coinvolgendo direttamente nella sua propaganda difensiva l’ufficiale afro-americano di massima levatura a sua disposizione, cioè Condoleezza Rice. L’a. traccia una dettagliata biografia della Rice dalle sua infanzia nel Sud razzista degli Usa, agli studi presso la prestigiosa ed elitaria Stanford University. Ne emergono non solo l’ambizione della donna, ma anche i vantaggi e le opportunità dei quali poté godere grazie ai programmi in favore delle minoranze. Inoltre proprio attraverso i suoi sostenitori, bianchi, nel partito repubblicano e negli ambienti finanziari e petroliferi ella è entrata nello staff di Bush, divenendo prova vivente dello stereotipo conservatore dell’America come regno della meritocrazia, simbolo collettivo della capacità degli afro-americani di trascendere le avversità. Ma tutto ciò non l’ha salvata dalla bancarotta morale e politica dell’amministrazione Bush, Katrina ha chiarito che nessuno, se non le elite al potere, può fare affidamento sul governo; l’icona Rice è ormai incrinata.


L’uragano Katrina, un altro crimine da impeachment. Appello di Ramsey Clark, per la manifestazione del 24 settembre

La politica del presidente George W. Bush, con i tagli alle tasse, le riduzione dei programmi sociali, compresi quelli per la protezione da eventi catastrofici come l’uragano Katrina, l’aumento indiscriminato delle spese militari, è responsabile del disastro di New Orleans. L’indifferenza per i diritti e per la vita stessa delle popolazioni povere di New Orleans e degli Usa, l’incapacità di reagire immediatamente all’emergenza provocata dall’inondazione si sommano alla politica estera imperialista dell’amministrazione Bush e rendono necessario, secondo Ramsey Clark, l’impeachment del Presidente e del suo governo, per ridare attendibilità agli Stati Uniti. L’autore lancia l’appello per una grande mobilitazione per l’impeachment e per il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. La relativa manifestazione di massa ha avuto luogo con grande successo il 24 settembre.


Gabriele Garibaldi, La crisi del Trattato di non-proliferazione e le guerre americane del futuro

La settima conferenza di revisione del trattato Npt non ha raggiunto alcun risultato dopo un mese di trattative. Il principale responsabile del fallimento è stato individuato dalla maggior parte dei delegati negli Stati Uniti, che – usando ancora una volta il criterio dei “due pesi e due misure - si sono opposti intransigentemente allo sviluppo da parte di Teheran - formalmente nel rispetto del trattato - del suo programma nucleare. Dal canto loro, però, gli Usa non hanno ottemperato agli impegni presi in passato di ridurre il loro arsenale nucleare fino a eliminarlo. L’amministrazione Bush ha anzi previsto nella “Nuclear Posture Rewiev” l’uso preventivo di nuove armi atomiche dagli effetti devastanti sul piano ecologico, oltre che dal punto di vista dei rapporti politici internazionali. Se tali piani dovessero concretizzarsi, l’umanità entrerà in una nuova era nucleare ancor più pericolosa dell’equilibrio del terrore Usa-Urss. La panoramica mondiale delle basi militari statunitensi che conclude il saggio intende segnalare sia l’entità oggettiva del rischio sia il carattere programmatico del continuo innalzamento della potenza militare degli Usa nel quadro di un nuovo “secolo americano”.


Enrico Maria Massucci, Dismisura e umiliazione


Il significato profondo dello sconvolgimento dell’uragano piombato sulla città della Louisiana sormonta la dimensione locale e continentale e si estende al piano dei disequilibri planetari, indotti dalle alterazioni climatiche globali, dovute al modo di produzione capitalistico. Esso denuncia uno stato di profonda e irreversibile sofferenza dell’ambiente, causato da modalità dissipative e meramente “quantitative” di prelievo e fruizione della ricchezza, alle quali può essere opposto un argine solo a condizione di modificare radicalmente modi e forme della convivenza, della produzione, dei consumi. Non si intravede, tuttavia, finora, alcun soggetto o volontà globali capaci di intervenire in modo efficace su tali dispositivi. E le forze politiche che potrebbero farlo ne sono impedite dalla ricerca del consenso, oltre che dall’immanità dell’impresa trasformativa.


F. Sabahi, Ingerenze statunitensi in Iran: questione nucleare e minoranze etniche

L'autrice analizza la questione nucleare iraniana, facendo luce sugli eventi recenti e sugli interessi in gioco, in particolare su quelli statunitensi, russi e indiani. Tra i motivi per cui l'amministrazione Bush sta facendo pressione su Teheran, occupa un posto di rilievo l'intenzione del regime iraniano di aprire una borsa del petrolio in euro, minacciando la supremazia del dollaro. Per convincere le diplomazie occidentali, Washington ha preparato e mostrato un video simile a quello utilizzato per invadere l'Iraq. Anche nel caso iraniano, come in quello iracheno, il Congresso sta finanziando l'opposizione all'estero, cercando di destabilizzare le minoranze. Nel caso dell'Iran si tratta di tre milioni di dollari stanziati, per l'anno in corso, a favore principalmente dei monarchici residenti negli USA.

 

Samir Amin, L’apartheid di Israele nel contesto globale traduzione a cura di Anna Cotone

I rapporti tra Israele e imperialismo capitalista sono profondi e risalgono alla fondazione dello Stato israeliano, quando i leaders sionisti legarono le sorti della nazione nascente agli interessi dell’imperialismo nell’area mediorientale. Israele garantì basi militari e appoggio contro i movimenti nazionalisti e populisti nel mondo musulmano, ottenendo in cambio il sostegno finanziario, politico e militare necessario a sopravvivere. I piani israeliani per Palestina, strettamente connessi alla fase odierna di globalizzazione economica che prevede il monopolio delle risorse, della tecnologia, della comunicazione, della finanza internazionale e degli armamenti di distruzione di massa da parte dell’Occidente, contemplano la creazione di bantustans separati tra loro e alla mercé di Israele, con l’unico scopo di fornire manodopera a basso costo. Unica possibilità di modificare il progetto israeliano è rinegoziare interamente l’attuale globalizzazione, per un sistema policentrico e rispettoso degli interessi dei popoli e delle classi povere. Lo Stato palestinese deve avere il pieno controllo delle sue risorse e delle sue attività economiche, ciò che non è previsto dagli attuali progetti di sviluppo internazionali. In una Postilla redazionale viene obbiettato a S. Amin di non aver delineato un quadro esauriente del processo di liberazione palestinese, e lo si invita ad intervenire nuovamente sul problema della costruzione d’una società e d’uno stato nazionali.


Gabriele Garibaldi , Prospettive strategiche e pragmatismo nella politica estera del Brasile

Proseguendo la linea tracciata dal suo predecessore in un mix di idealismo e pragmatismo, il presidente brasiliano Lula da Silva ha informato la politica estera in funzione dell’obiettivo di elevare il Brasile al rango di Potenza regionale capace di interagire con altri attori in “un mondo più bilanciato”. Da qui il rilancio della leadership politica nel continente sud (come alternativa a quella statunitense) dove il principale interesse è la promozione della stabilità politica e prosperità economica. Tra luci e ombre, Brasilia è alleato di Washington nella regione, quale forza stabilizzante e moderatrice delle spinte bolivariste del presidente venezuelano Chavez. I rapporti con l’Europa sono positivi, con l’eccezione dei contrasti in tema di politica agricola. Come portavoce degli interessi dei Paesi in via di sviluppo, il Brasile sostiene la necessità della liberalizzazione dei mercati agricoli mondiali. Dopo la battuta di arresto segnata dalla perdita della presidenza dell’Organizzazione mondiale del commercio, la battaglia per il seggio permanente alle Nazioni Unite è il prossimo banco di prova delle ambizioni brasiliane.


Claudio Marta, Paradigmi della etnicizzazione e interpretazioni capziose delle guerre


Il paradigma della etnicizzazione, già ampiamente studiato, a partire dalle ricerche di Veronique De Rudder, nei contesti di immigrazione, viene qui analizzato per le implicanze che può avere anche nelle analisi capziose delle guerre. Le operazioni scorrette che sono alla base di questo paradigma interpretativo, ampiamente denunciate dall'antropologia contemporanea, in quanto tendono ad assolutizzare l'appartenenza etnica, sortiscono l'effetto, come bene dimostra il caso dei conflitti nei Balcani, di individuare in quelle appartenenze la causa prima della guerra. Il paradigma della etnicizzazione, di cui nell'articolo si evidenziano le principali contraddizioni, contribuisce non solo ad occultare le vere ragioni della guerra ma anche a condizionare negativamente i processi di pace e gli interventi postbellici.

 

Tiziana Lofranco, Bosnia-Erzegovina 1992-1995: per una nuova analisi d’un conflitto “etnico” e d’un intervento “umanitario”

Il saggio propone un ripensamento critico delle dinamiche e delle ragioni scatenanti il conflitto che dal 1992 al 1995 ha dilaniato la Bosnia-Erzegovina. Ad una spiegazione atavista e culturalista volta a giustificare una “inevitabile” eruzione della violenza si tenta di opporre un’analisi delle cause conflitto basata su un’analisi storico-geopolitica della realtà contemporanea, confutando i luoghi comuni che hanno contribuito a creare nell’opinione pubblica l’interpretazione etnico-culturale del conflitto bosniaco. L’analisi valuta criticamente il ruolo svolto nella etnonazionalizzazione del Paese, dal comunismo jugoslavo, da attori interni all’area jugoslava nella fase post comunista e non in ultimo dalle principali Potenze mondiali ed organizzazioni internazionali.

 




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