Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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“Giano.Pace ambiente problemi globali” n. 52 - gennaio 2006

 

L’altra America. La riscossa d’un continente

L’attenzione internazionale è in questo momento prevalentemente rivolta al Medio Oriente e alle sua propaggini asiatiche. Lo è dall’11 settembre, e sempre con sviluppi nuovi. Le ultime novità sono la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi e i suoi effetti, e il problema della ricerca nucleare iraniana, con relative pressioni degli Usa e dei loro alleati per una sua soluzione militare: una nuova guerra, insomma, che è nella mistica bulimica di Washington.
Alle due questioni è dedicato l’articolo di apertura di Luigi Cortesi, Palestina e Medio Oriente. Un’opportunità per la democrazia, una possibile svolta geopolitica. Sui temi toccati, e sul più efficace approccio critico per affrontarli, interverranno nel prossimo numero altri collaboratori. Del “Quadrante” segnaliamo anche gli articoli di Francesco Piccioni sul summit economico di Hong Kong e di Alain Morice su Le sommosse urbane in Francia, della cui stimolante ricchezza analitica siamo grati all’autore.
Ma, facendo della distrazione orientale degli Usa un elemento di vantaggio, l’America Latina ha intanto occupato nella scena mondiale un posto che ha quei caratteri di autonomia e di stabilità, nonché di tendenziale unità, ai quali essa ha sempre aspirato. All’Altra America è dedicato l’ampio Dossier, curato da Raffaele Nocera e Angelo Trento, che avrà una continuazione nel n. 53. Il Dossier intende contribuire ad una migliore conoscenza del continente nell’attuale periodo di transizione ad una nuova identità politica latinoamericana.
Gli articoli, dovuti ad una stretta collaborazione di “Giano” con studiosi sia latinoamericani sia italiani, esaminano sia le questioni generali della “riscossa d’un continente” (oltre al saggio introduttivo dei curatori, Adriana Rossi, lo stesso Nocera, Federica Morelli) sia i singoli teatri nazionali e locali: il Brasile (Luigi Biondi), Cuba (Alessandra Riccio), la Colombia (Guido Piccoli),il Cile (M. Fernandez Lobbé), l’Argentina (M. Rosaria Santoni). Gli articoli successivi verteranno sul Messico ((J. Martín Sánchez) e sui rapporti con l’Europa (Francesco Martone). Le analisi dei singoli paesi sono attente alle rispettive peculiarità, ma concepite nella dimensione continentale e mondiale; e mantengono sullo sfondo la presenza storica e geopolitica dell’imperialismo statunitense, e i problemi che essa comporta.



Luigi Cortesi   Palestina e Medio Oriente. Un’opportunità per la democrazia, una possibile svolta geopolitica
Gabriele Garibaldi (a cura di)   Cronologia della questione nucleare iraniana
Francesco Piccioni   Ricchi e poveri al vertice economico di Hong Kong
Alain Morice   Le sommosse urbane in Francia: comprendere prima di giudicare
Daniele Pasquinucci   Tony Blair presidente del Consiglio europeo
   Corsivo. Foibe e “classe dirigente” (l.c.)
   Osservatorio.–– Giovanni Franzoni, “L’Iraq agli iracheni”. Una proposta al centro-sinistra – Domenico Di Fiore, Val di Susa: il treno dello sviluppo, Silvio Silvestri, Slobodan Milosevic e la tragedia del comunismo balcanico


Dossier
L’altra America. La riscossa d’un continente

A. Trento - R. Nocera   L’America Latina tra deficit democratico e incognite della sinistra
Luigi Biondi   La sinistra brasiliana al governo: crisi interna e protagonismo internazionale
Adriana Rossi   “Minacce asimmetriche” e militarizzazione
Alessandra Riccio   Uno sguardo su Cuba: cinque anni nel terzo millennio
Raffaele Nocera   Le relazioni interamericane e l’“unilateralismo radicale” di G. W. Bush
Guido Piccoli   La Colombia, laboratorio di barbarie moderna
Marcos Fernandez Labbé   Caduta delle aspettative, vuoto politico e disarticolazione sociale in Cile
Federica Morelli   La sfida dell’“etnonazionalismo”: i casi della Bolivia, dell’Ecuador e del Perù
Maria Rosaria Santoni   Argentina, le sorprese del peronismo
Juan Martín Sánchez   Disuguaglianza, economia e transizione in Messico
Francesco Martone    Le relazioni con l’Unione Europea tra neoliberismo e alternativa sociale

LIBRI    
   
Recensioni   Scienziate e scienziati contro la guerra, Il male invisibile sempre più visibile. La presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali (Luigi Cortesi)
Segnalazioni   a cura di Bonagrazia da Bergamo, Luigi Cortesi, Samuel Moshe Jesurum, Domenico Di Fiore, Brigitta Gruber, Enrico Maria Massucci, Vincenzo Pugliano, Mario Ronchi, Silvio Silvestri, Lillo Testasecca, Vittorio Sartogo
 
 
English Summaries   
 


Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero:
Sarah Nicholson, Giacomo Cortesi, Silvio Silvestri, Vincenzo Pugliano, Manuela Colaps, Amanda Brown, Bonagrazia da Bergamo, Samuel Moshe Jesurum, Brigitta Gruber


SOMMARI DEL N. 52 DI "GIANO", gennaio 2006

L’altra America. La riscossa d’un continente

 

Francesco Piccioni, Ricchi e poveri al vertice economico di Hong Kong

È un commento al recente vertice di hong kong della world trade organization. l’a. ne espone i problemi e dà un giudizio sostanzialmente negativo dei suoi risultati. Non solo i sussidi statali alle agricolture nazionali rimarranno intatti fino al 2013, ed è stata sancita la liberalizzazione dei servizi, ma è stata confermata la crisi delle procedure democratiche in materia internazionale, con un ritorno alla logica deleteria dei nazionalismi; nella quale è “normale” la prevalenza dei paesi ricchi sui poveri. nella conclusione, l’a. sviluppa una riflessione critica dell’ “umanitarismo solidaristico”, come segno di “impotenza teorica”; ben altri strumenti di analisi devono essere messi in opera per comprendere (e combattere) il capitalismo.

Alain Morice, L’ideologia della banlieu: comprendere prima di giudicare

Rivolta e disordini, scrive l’a., avverranno sempre in presenza di un sistematico disprezzo dei diritti, di razzismo ed i xenofobia; e purtroppo questo è il caso di tutti i paesi europei che ospitano immigrati, dove è diffusa la “stigmatizzazione degli allogeni”.
Andando al caso francese, A. Morice ne ricostruisce i precedenti a partire dal 1979, rilevando come le sommosse dell’ottobre – novembre 2005, siano state oggetto di una “strumentalizzazione realizzata attraverso la spettacolarizzazione” e l’opposizione tra spontaneità del moto e preparazione anticipata della repressione, pronunciandosi contro la tesi del complotto e della manipolazione politica. Egli dà un particolare rilievo alla condizione dei giovani partecipanti: “non immigrati – egli scrive – ma figli di immigrati”.
A tali premesse, l’a. fa seguire un attento riepilogo dei fatti e delle reazioni, e una “interpretazione” critica basata da un lato sulla politica francese in materia di immigrazione, e dall’altro sulle conseguenze dell’“utilitarismo migratorio” del mercato della forza lavoro dei giovani di Parigi.
La continua sfida “faccia a faccia” tra i giovani e la polizia è il simbolo di una condizione di mancato riconoscimento che agisce negativamente – insieme con le più gravi motivazioni sociali – sulla psiche e sulle forme culturali dei figli degli immigrati.


Daniele Pasquinucci, Tony Blair presidente del Consiglio europeo

L’a. ci mostra le difficoltà incontrate da Tony Blair durante il periodo della presidenza britannica del Consiglio europeo. Il contesto internazionale (i risultati dei referendum francese e olandese contrari alla Costituzione europea, e il fallimento del vertice di Bruxelles) e il macchinoso regolamento comunitario (che prevede la rotazione semestrale della presidenza) hanno reso difficoltoso il compito di Blair. Ma anche le sue proposte di new deal economico-sociale, orientate alla deregolamentazione ulteriore del mercato del lavoro, e di norme antiterrorismo tese a limitare alcuni diritti dei cittadini europei, hanno trovato scarsi consensi. Il semestre britannico ha avuto risultati modesti, con il l’opposizione francese ai progetti blairiani di riforma del modello sociale e di rinegoziazione delle quote di contributi alla Politica agricola comune.


Alessandra Riccio
Sopravvissuta, contro tutti i pronostici, al cataclisma dell'89 e alla conseguente scomparsa dell'Unione Sovietica, la rivoluzione cubana ha attraversato, nel corso degli anni Novanta, un lungo periodo di crisi. A quasi 50 anni dalla rivoluzione, essa però mantiene ancora le conquiste realizzate sul piano sociale e la propria dignità nazionale; tutto ciò a dispetto della perdurante ostilità dell’imperialismo statunitense. L’autrice traccia un esauriente quadro della situazione dell’isola in questo primo scorcio del XXI secolo, mostrando come il governo di Fidel continui a resistere all’inaccettabile ostracismo di Washington, anche in una fase in cui esso è stato inasprito dal manicheismo irresponsabile dell’attuale amministrazione di G.W. Bush. Nuove prospettive emergono, però, dalla vicinanza politico-ideologica e programmatica tra l’Avana e Caracas, che ha determinato una stretta collaborazione tra i due governi e ha aperto la strada alla creazione di un polo antimperialista nel subcontinente.

Angelo Trento – Raffaele Nocera
Il processo di democratizzazione che nel corso degli anni Ottanta ha posto fine alla lunga e sanguinosa stagione delle dittature e che tante speranze di trasformazione aveva suscitato, ha mostrato la corda nel quindicennio successivo. In gioco non è la democrazia come valore, ma l’assenza di significative rotture della cultura politica che aveva caratterizzato i decenni successivi alla seconda guerra mondiale e, soprattutto, l’aggravamento della situazione di sperequazioni, emarginazione e miseria che segnano le società latinoamericane. Molte di queste delusioni sono frutto diretto delle linee di politica economica che le democrazie latinoamericane hanno perseguito, seguendo le perentorie indicazioni degli organismi finanziari internazionali e del dipartimento del tesoro statunitense, al fine di superare la crisi economica degli anni Ottanta e Novanta, improntate al liberismo e alla globalizzazione. Questo stato di cose ha motivato l’ascesa al potere di forze e/o coalizioni progressiste o decisamente di sinistra, tale da configurare non solo una inversione di rotta ma una linea di tendenza che potrebbe essere rafforzata nel prossimo futuro. La situazione, tuttavia, presenta alcune incognite, legate soprattutto alla timidezza con cui alcuni dei governi recentemente eletti si muovono sul terreno sociale, mantenendo invece una ortodossia cara a Banca Mondiale e FMI per garantire il rispetto degli impegni pregressi alla loro ascesa al potere e la crescita macroeconomica.

Luigi Biondi
L’ascesa alla presidenza di Luis Inácio da Silva, o Lula come è meglio conosciuto, aveva rappresentato una speranza non soltanto per il Brasile ma per tutta l’America Latina, poiché si trattava del primo capo di Stato proveniente dagli ambienti operai e rappresentante di un partito dichiaratamente di sinistra, nato negli anni Ottanta in ambito sindacale. L’esperienza concreta di governo non è stata, però, pari alle aspettative: innanzitutto le preoccupazioni dello stato di salute dell’economia hanno avuto una attenzione eccessiva rispetto alle giuste ansie di trasformazione sociale; in secondo luogo, i ripetuti casi di corruzione che ha investito le alte sfere del PT, il partito del presidente, pur non dettati quasi mai da sete di arricchimenti personali ma spesso volti ad acquisire una maggioranza parlamentare di cui l’esecutivo non poteva disporre, hanno minato alla radice la fiducia dell’elettorato e degli stessi movimenti sociali che avevano sostenuto Lula. Sul piano internazionale viceversa, il capo di Stato e la diplomazia brasiliana hanno mostrato un grande dinamismo, sia in ambito regionale con la decisa volontà di sostenere e rafforzare il Mercorsur e di stringere alleanze strategiche con altri esecutivi di sinistra, sia in ambito internazionale con il protagonismo nella leadership di un fronte di paesi del sud del mondo per contrapporsi alla prepotenza dei paesi più industrializzati.

 

Maria Rosaria Santoni
Una crisi economica e politica di dimensioni spaventose ha scosso l’Argentina all’inizio del nuovo millennio. Le anomalie vecchie e nuove di un sistema democratico poco consolidato, le ripercussioni a distanza di quasi due decenni della deleteria gestione del regime militare (1976-1982) e il decennio di privatizzazioni spregiudicate e corruzione dilagante sotto la presidenza Menem sono tra le cause principali del crollo del paese latinoamericano nel 2001. Quando nel dicembre di quell’anno la mancanza di denaro in circolazione spinge il governo ad emanare un provvedimento di confisca dei depositi dei risparmiatori, il sistema finanziario si paralizza e la protesta della popolazione stremata esplode in tutto il paese. Seguono mesi di incertezza politica (dopo il crollo di dicembre in dodici giorni si susseguono quattro presidenti della Repubblica) e di grande miseria, ma la crisi genera anche una grande mobilitazione sociale, nuove forme di protesta e di autorganizzazione. Le elezioni presidenziali del 2003 sanciscono l’ascesa alla presidenza del peronista Néstor Kirchner, avvocato ed ex governatore di una provincia della Patagonia. A lui il merito di aver indirizzato positivamente l’Argentina nella difficile fase del post default, riuscendo a raccogliere attorno a sé un vastissimo bacino di consensi a livello nazionale ed internazionale.

 

Juan Martín Sánchez
Negli ultimi due decenni, la classe politica messicana si è data come grande sfida ottenere che le elezioni federali si trasformassero da meccanismo di conferma dell’egemonia autoritaria del PRI a meccanismo legittimo di competizione e designazione di governanti e legislatori. Ottenuto questo obiettivo nel 2000, la stessa classe politica appare oggi incapace di portare a termine riforme complessive del sistema politico che facciano della democrazia un regime in grado di migliorare le condizioni di vita della maggior parte della popolazione. L’enorme diseguaglianza strutturale nella distribuzione della ricchezza, che consolida altre differenze (regionali, etniche e sociali), è la grande questione da risolvere. Riformulare la relazione tra governo democratico e politica economica in funzione di questo “problema nazionale” è la maggiore sfida della classe politica affinché la democrazia non resti imprigionata nell’urna elettorale.

 

Raffaele Nocera
Attualmente il sistema delle relazioni interamericane assiste alla riproposizione, da parte degli Stati Uniti, di uno schema strategico che sembrava sepolto con la fine della guerra fredda. È una conseguenza degli attentati dell’11 settembre 2001 i quali, per di più, hanno rafforzato le tendenze storiche della Casa Bianca a voler imporre – e non concordare - la propria agenda politica all’intera regione e ad insistere su una posizione “o con noi o contro di noi”. L’irrigidimento del potente vicino del nord, frutto del ritorno all’unilateralismo e al militarismo esasperato, ha indebolito gli equilibri diplomatici ridefiniti durante gli anni Novanta del secolo scorso dopo l’uscita di scena del tradizionale “nemico comunista”, con il corollario di una ripresa di un acceso anti-nordamericanismo e di un indebolimento delle prospettive di cooperazione tra Washington e i Paesi latinoamericani in merito alla definizione e alla gestione dell’agenda continentale. Ciò ha favorito l’affermazione di percorsi di emancipazione e di svincolamento effettivo dalla dipendenza dagli Stati Uniti, come mostrano il rafforzamento del Mercosur, gli indirizzi di politica estera indipendenti e orientati al di fuori del continente di alcuni paesi del subcontinente (in particolare Venezuela, Argentina, Brasile) e il sostanziale fallimento del progetto di creazione di un’Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca).

 

Guido Piccoli
Storicamente in Colombia sono stati eliminati tutte le personalità, civili e militari, o i movimenti in grado di minacciare la stabilità e la continuità del sistema economico-politico o che semplicemente mettevano in pericolo gli scandalosi privilegi dell’oligarchia locale. Ancora oggi il Paese è un laboratorio della peggiore barbarie prodotta dal neoliberismo autoritario, ospita un conflitto nascosto e crudele che vede come principali vittime sindacalisti, leader comunitari o indigeni, giornalisti. Strumento essenziale di questo sistema terribile e impeccabile sono i paramilitari, un esercito di sicari al servizio dello Stato, dell’oligarchia locale e delle multinazionali. In questo quadro opera una stampa che cerca di barcamenarsi tra la denuncia e l’allineamento all’esecutivo soprattutto nel mezzo televisivo. Non mancano gli attacchi alle miserie e alle corruttele del potere o al micidiale “terrorismo di stato”, ma coloro che le effettuano per precauzione vivono una buona parte della loro esistenza all’estero. Molta più prudenza devono avere i giornalisti di cronaca che risiedono in Colombia: possono scrivere di tutto, senza però approfondire se indagano sulle faccende sporche o scottanti di politici e militari. Dopo tre anni e mezzo dal suo insediamento, i due grandi nemici dell’attuale presidente Uribe, “droga e guerriglia”, non sono stati eliminati, come aveva promesso al Paese. L’unico successo che può sbandierare è la smobilitazione dei paramilitari, che è comunque per metà un’illusione e per l’altra metà una farsa. In politica internazionale.

 

Marcos Fernández Labbé
L’ombra della storia copre e minaccia l’amministrazione del presidente uscente Ricardo Lagos: l’intenzione del suo governo è stata, apertamente, quella di chiudere il passato più doloroso della storia cilena del XX secolo. Verità senza giustizia, verità dei torturati e dei detenuti scomparsi ma silenzio dei responsabili, l’assenza di responsabilità istituzionali, e più ancora, proiezione di colpevolezza per tutti dietro la parola d’ordine “tutti siamo stati responsabili dell’11 settembre del 1973”. In politica internazionale la condotta del Cile è stata caratterizzata soprattutto dalla presa di distanza e dal conflitto con i paesi vicini e dal consolidamento dei rapporti commerciali con le grandi unità economiche globali. In questo quadro, l’ordine dei conti nazionali, il mantenimento degli impegni economici internazionali e la stabilità politica - che hanno spinto molti osservatori ad esaltare il modello cileno come stabile ed efficiente e la classe imprenditoriale e governativa come responsabile ed estranea al populismo – mascherano i tanti difetti di un sistema di protezione sociale ereditato dalla dittatura e non ancora riformato. La recente vittoria di Michelle Bachelet induce a sperare in una“correzione del modello”, in vista del fallimento sia della distribuzione della ricchezza generata da quasi due decenni di crescita ininterrotta - che ha esacerbato la concentrazione del reddito e l’intensificazione della miseria e della disuguaglianza - sia dell’imminente crisi di un sistema pensionistico privatizzato, che non riuscirà a garantire ai sottoscrittori il minimo indispensabile per sopravvivere.

 

Federica Morelli
Questo articolo intende offrire un’indagine sui movimenti cosiddetti etnonazionalisti che, in questi ultimi anni, stanno caratterizzando la vita politica di alcuni paesi del subcontinente ed in particolar modo di quelli dell’area andina (Ecuador, Perù e Bolivia). Attraverso un’analisi storica della questione indigena latinoamericana nel XX secolo, si descrive come le politiche neoliberiste degli anni Ottanta e Novanta, insieme all’internazionalizzazione dei mercati, abbiano provocato una vera e propria esplosione della questione indigena, la quale ha radicalmente rimesso in causa le relazioni tra i popoli indigeni e lo stato nazionale. Mentre in una prima fase i movimenti e le organizzazioni indie hanno cercato tanto sul piano internazionale che nazionale un riconoscimento giuridico dei loro diritti, successivamente sono passati ad un’azione più diretta volta a mutare anche radicalmente gli scenari politici dei rispettivi paesi. Nonostante alcuni si siano trasformati in attori di primo piano, resta tuttavia la difficoltà di integrare in uno stato sovrano di origine occidentale delle richieste e dei diritti essenzialmente comunitari.

Mancano Adriana Rossi, Cortesi





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