Rivista quadrimestrale interdisciplinare
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GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Editoriale pubblicato sul numero 52 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", gennaio 2006

Palestina e Medio Oriente: un’opportunità per la democrazia
e una possibile svolta geopolitica

di Luigi Cortesi

Il successo di Hamas e i movimenti di massa che scuotono il mondo arabo-islamico sconvolgono la strategia israelo-statunitense. Ai rischi che questa rappresenta devono rispondere anche l’Europa e i movimenti alternativi


La situazione determinatasi con il voto palestinese del 25 gennaio va considerata sotto un duplice profilo: interno (anche nel senso di “regionale” o “areale”) e internazionale. Non può uno dei due aspetti essere valutato se non in stretto collegamento con l’altro; nel nostro ragionamento procederemo presentandoli distintamente, ma tenendone presenti gli intrecci e risalendo dall’uno all’altro.
La nostra maggiore attenzione è riservata al primo aspetto. In uno dei primi commenti ragionati all’esito delle elezioni, David Grossman ha dato il giusto peso al “posto che occupa Hamas all’interno della società palestinese”, specialmente per la sua presenza nella vita collettiva e nella cura del “sociale”. Al contrario dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), sempre più screditata per la dilagante corruzione e per il visibile privilegiamento d’un ceto politico straniato dalla massa dei bisognosi,

Hamas ha creato nei Territori occupati una rete capillare ed efficiente di aiuti alla gente semplice, ai poveri, ai disoccupati, ai senza speranza. In pochi anni ha messo in piedi una struttura articolata e alternativa di scuole, ambulatori e servizi sociali. […] Ma soprattutto ha dato un senso all’esistenza di persone la cui dignità era stata calpestata e la cui vita era considerata insignificante e senza valore. Ha infuso sicurezza a una generazione di giovani che ha visto i genitori, umiliati dall’occupazione e dalla povertà, divenire l’ombra di se stessi. . E’ riuscito a combinare tutti questi sentimenti alla fede e al trasporto religioso […] e li ha incanalati in una vigorosa forza politica”.

Ci sono dunque nelle elezioni palestinesi aspetti di presa di coscienza e di recupero d’identità e dignità di lotta che ne fanno – al di là anche della valutazione di Grossman, e ad onta della continua sfida negativa di Israele - un grande fatto democratico. In nessuno modo questo può essere sottaciuto, e meno che mai ridotto a terrorismo, e l’organizzazione che lo promuove a setta terroristica e fanatica; spetta alle altre parti interessate cooperare per trasformare il fatto democratico locale in forza propulsiva di democrazia regionale e internazionale. Al riguardo prevalgono invece elementi di preoccupazione e di “incubo” – tale è considerato sia dai palestinesi “moderati” sia dagli israeliani – che si riassumono nel “pensiero che la Palestina si trasformi in uno stato islamico e fondamentalista”, capace di produrre “un caos politico, economico, sociale” che potrebbe “ben presto degenerare in una guerra civile”. L’analisi di Grossman si sposta quindi sulle prospettive immediate: “La domanda che ci si pone ora è come agirà Hamas”; se il nuovo attore politico, giunto a responsabilità di governo, “possa agire nello spiraglio concessogli dalla distanza tra la sua fanatica fede religiosa e i limiti della realtà”. E’ questa una considerazione molto diffusa, quasi un effetto immediato del clamoroso risultato elettorale che si è opposto alle grida scomposte e bellicose dei fondamentalisti di casa nostra; lo scrittore ci aggiunge, di suo, l’eventualità d’un fallimento e d’un esito catastrofico di “scontro armato” israelo-palestinese. Il fatto che l’intellettuale israeliano evochi una così tremenda prospettiva dimostra l’onestà e la sofferenza che hanno ispirato la sua analisi, in “una situazione che appare ora senza uscita e nella quale, probabilmente, saremo costretti a rivivere i nostri traumi più profondi, i peggiori pregiudizi e l’odio verso l’altro” (D. Grossman, Noi vittime del fanatismo, “la Repubblica”, 28 gennaio 2006).
Il richiamo ad una diluizione pragmatica della crisi è, dicevamo, pressoché generale tra coloro che non vivono perpetuamente in una psico-ideologia di sfida, quasi un’aspettativa del buon senso, autorizzata perfino da esponenti politici palestinesi, sia dell’Anp (Alì Rashid, Un amaro risveglio, “il manifesto”, 27 gennaio; Id., intervistato da Guido Ruotolo, “La Stampa”, 28 gennaio), sia dello stesso Hamas (Ismail Hanya, intervistato da Renato Caprile a Gaza City, “la Repubblica”, 28 gennaio). Il problema è quello del contatto e della trattativa, formali o non, condotte apertamente o riservatamente, e magari di una “pragmatica coordinazione” in vista, ad esempio, di ulteriori “ritiri unilaterali” di Israele da determinate aree dei Territori occupati. Stiamo citando da un articolo di Gadi Taub, il quale così continua, non senza agitare minacciosamente il bastone:

[…] come responsabile delle condizioni di vita dei palestinesi [Hamas] da inafferrabile gruppo terroristico potrà trasformarsi in nemico gestibile. […] Non perché Hamas rivedrà le sue ambizioni. Ma perché dovrebbe rispondere al popolo per le forniture elettriche, il lavoro, le scorte di cibo. E un embargo produrrebbe risultati.

Ma, insieme con l’embargo evocato, proprio contro ogni ipotesi di trattativa è scattato il “no” dei fondamentalisti (professionali o interinali) di tutto il grande Occidente, da Bush a Olmert e da Fiamma Nirenstein – secondo la quale “Hamas è stato votato su una base violenta e antisemita” (“La Stampa”, 28 gennaio) – a Angelo Panebianco il quale opina che Hamas “potrebbe presto scoprire che per governare ha bisogno di rappresaglie israeliane continue” e sentenzia che intanto al lupo che “non riesce a travestirsi da agnello” non vanno dati “né appoggi diplomatici né un solo euro” (“Corriere della sera”, 28 gennaio). Le minacce Usa-israeliane e, assai meno comprensibilmente, il linguaggio d’odio alla Mario Appelius si basano peraltro sui consolidati pregiudizi anti-arabi e sull’ignoranza delle trasformazioni in corso – quelle già visibili e quelle invisibili. Ovvie, del resto, in un quadro come quello mediorientale, che non può essere tutto schiacciato nella dimensione d’un inesistente catechismo politico islamico, allo stesso modo come l’Islam – dall’Indonesia al Marocco e dal Corano al “risveglio arabo” - non può essere considerato un universo monocromo. Tra l’altro, non c’è un Islam istituzionalizzato e centralizzato al di là dei luoghi maomettani; più che una religione nel senso per noi occidentali abituale, l’Islam è una concezione generale del mondo soggetta ad accentuazioni interne diverse, il cui rapporto con la politica e la strategia politica non è né unico, né rigido (cfr. P.G. Donini, Islàm, “Giano”, n. 26, mag.-ag. 1998, pp. 175-176).

Mutamenti in corso
Dell’entità dei mutamenti sono state premonitrici le elezioni stesse, che ai limiti frapposti al loro libero svolgimento dal governo di Israele, in particolare a Gerusalemme, hanno opposto con la forza della ordinata manifestazione di massa un clima di tregua armistiziale e di normalità procedurale. “’All’interno dei seggi elettorali ho registrato un’alta professionalità, competenza e rispetto delle regole”, ha riferito l’europarlamentare italiana e osservatrice elettorale dell’Unione Europea (Ue) Luisa Morgantini” (M. Giorgio, Il parlamento palestinese si tinge di verde, “il manifesto”, 26 gennaio). Ma già durante la campagna elettorale le corrispondenze oneste (quelle di Uri Avnery, ad esempio) avevano dato rilievo all’impronta positiva e unitaria che animava le varie componenti palestinesi – a cominciare dai cosiddetti “terroristi assassini” con bandiere e fazzoletti verdi - e i pacifisti israeliani. Ha dichiarato Maher Meqdad, candidato di al Fatah e dirigente delle Brigate al Aqsa, prevedendo “una serie di profonde rivoluzioni interne” e probabili scissioni “sul che fare nel futuro”:

In pochi mesi [Hamas] sta subendo un processo simile a quello che alla vecchia Olp prese almeno 14 anni. Era iniziato con il congresso di Beirut nel 1874 e culminò a quello di Algeri nel 1988, quando si decise che occorreva abbandonare la linea massimalista per la distruzione di Israele a favore del dialogo in nome del compromesso territoriale. (L. Cremonesi, “Siamo in parlamento, con le armi”, “Corriere della sera”, 26 gennaio.)

Che cosa si sta muovendo anche in Hamas, dunque? Riferendosi con le debite distinzioni ai movimenti sia sciiti sia sunniti operanti specialmente in Iraq, in Libano e in Palestina, Stefano Chiarini ha colto un elemento di fondo, che ha tra l’altro il pregio di non scindere l’attività sociale di Hamas da quella politica, e l’aspetto non violento di questa dalle dure leggi della resistenza armata. Inoltre, l’analisi porta ad escludere l’“incubo” dell’estremismo islamico, argomento sul quale si incarta la quasi totalità dei primi commenti post-elettorali. I fatti recenti, scrive infatti Chiarini,

denotano […] alcuni tratti in comune, a cominciare dall’essere parte di un nuovo filone islamista-resistenziale, assai diverso sia dalla tradizione pietista e in alcuni casi filo-Usa della vecchia Fratellanza musulmana, sia da quella jihadista alla al Qaida. Si tratta sì di movimenti islamisti – con grandi reti di Welfare – ma soprattutto di organizzazioni e partiti di resistenza ‘nazionali’ contro l’occupazione dei loro paesi [che, nel caso di Hamas, si sono affermati] proprio per il loro essersi opposti con le armi all’occupazione israeliana e per essere riusciti ad interpretare un ruolo ‘nazionale’, al di là delle rispettive confessioni o agende ideologiche.

Dopo l’11 settembre, mentre “i movimenti jihadisti, del tutto incuranti delle agende ‘nazionali’ e anche loro portatori di una sorta di teoria di uno scontro di civiltà”, assecondavano in modo preterintenzionale il “tentativo di criminalizzare tutte le resistenze assimilandole a al Qaida”, gli Hezbollah libanesi e Hamas hanno scelto “una nuova piattaforma ‘nazionale’”, teorizzata dallo shejk Yassin, che tracciava un diverso percorso politico: “primato della politica sulla lotta armata, sospensione degli attacchi in Israele, divisione del potere con l’Anp e partecipazione alle elezioni”.

Certamente - conclude Chiarini – queste recenti evoluzioni dei movimenti islamo-nazionalisti non sono prive di contraddizioni, ma sembra proprio che il loro essere da una parte baluardo nei confronti di al Qaida e dall’altra contro una pax israelo-americana ne stia facendo dei protagonisti della scena mediorientale e un importante interlocutore per chi vuole realmente battere i seminatori di odio e di guerra dello “scontro tra civiltà” (S. Chiarini, Le resistenze islamo-nazionali contro al Qaida, “il manifesto”, 28 gennaio).

Ci sembra che il discorso di Chiarini, oltre ad avere il pregio della razionalità di fronte ad un fatto che ha scatenato forti reazioni emotive (T. Di Francesco, Prima dell’abisso, “il manifesto”, 27 gennaio, rileva il “crollo del mondo palestinese che abbiamo conosciuto, laico, democratico e di sinistra che dalla fine degli anni Sessanta ha tentato di essere non solo un movimento nazionale […], ma il sale della democrazia in Medio Oriente”), autorizzi il lettore ad andare anche oltre. Per esempio, quel nuovo approccio alla politica – che esigerà presumibilmente una radicalizzazione e un rapido processo di specificazione e approfondimento - ci sembra incompatibile con un “fondamentalismo islamico” che, del resto, non è propriamente di casa in Palestina; e non crediamo che il suffragio di massa sia avvenuto su una base confessionale, ma di giudizio politico sulla parabola dell’Olp e sull’eclissi non solo della sua egemonia nel popolo palestinese ma, ancora prima, del suo ascendente nel mondo arabo-islamico. Nell’interesse della Palestina e della pace si può sperare che l’eclissi non sia definitiva, e che la grande esperienza politica dell’Olp diventi un elemento utile anche a Hamas; che si stabilisca quindi una collaborazione politica; ma ciò dipenderà dalla capacità dell’Olp di elaborare la sconfitta e di volgerla in senso positivo.
Anche da parte israeliana non mancano le considerazioni controcorrente di cui i nostri Appelius e i dubàt di contorno non sono intellettualmente capaci. “La buona notizia dai Territori occupati è che Hamas ha vinto le elezioni” – esplode un qualificato commento di “Ha’aretz”, che rileva come “nella vittoria di Hamas si possono cogliere alcuni aspetti interessanti”.

Negli ultimi anni, fino alla tahadiyeh (la tregua proclamata da Hamas più di un anno fa) non c’è stato mese in cui non abbiamo assistito all’eliminazione di un alto esponente di Hamas. Di assassinio in assassinio, il movimento è solo diventato più forte. Conclusione: la forza non è la risposta giusta.
Anche i palestinesi devono capire che è stata la moderazione del movimento a portarlo alla vittoria. Hamas non ha vinto grazie agli attacchi terroristici, ma malgrado questi attacchi. Negli ultimi mesi l’organizzazione ha assunto posizioni più moderate, ha cambiato pelle, ha accettato una tregua che dura dal 2005 [sic]. In questo periodo la sua forza non ha fatto che crescere. […]
E’ il momento di rivolgersi ad Hamas, che ha un disperato bisogno del riconoscimento internazionale, soprattutto di quello statunitense, e sa che questo riconoscimento passa per Israele. Anziché sprecare altri anni chiusi nella “politica del rifiuto”, e poi finire comunque a sederci intorno a un tavolo con Hamas, apriamo il dialogo con questo gruppo estremista, che ha conquistato il potere democraticamente. (Gydeon Levy, L’ora della verità, “Internazionale”, 3/9 febbraio 2006, pp. 22-23, da “Ha’aretz”.)

L’analisi è interessante, ma – come tutte quelle che abbiamo considerato – non ha tenuto conto della possibilità di mutamento dei rapporti interni alla politica palestinese. Proprio mentre scriviamo registriamo l’importanza di questo elemento. Nella sua ultima seduta, avvenuta il 13 febbraio, il parlamento palestinese – su iniziativa del suo presidente Rawhi Fattuh - ha approvato un emendamento allo statuto dell’Anp, che attribuisce al presidente Abu Mazen il potere “di sciogliere il parlamento e di indire nuove elezioni in caso di conflitto aperto tra presidenza e governo” (M. Giorgio, Un colpetto soft di Abu Mazen contro Hamas, “il manifesto”, 14 febbraio). Si parla di blitz, di “colpetto” appunto, di proteste di Hamas: ma a noi pare che l’Olp non possa aver introdotto questi mutamenti senza un previo accordo, quanto meno con una parte di Hamas; e non siamo in grado di prevedere le conseguenze e le eventuali tensioni che l’emendamento provocherà quanto meno con l’ala più radicale dei vincitori delle elezioni. Senza dubbio si apre una dialettica inedita tra Presidenza (e al Fatah) e governo (e Hamas), e forse anche all’interno di Hamas; e non si può escludere la formazione di una forza nuova – parlamentare e di governo – che riunisca i settori “centristi” dell’una e dell’altra formazione. Per non parlare di una possibile ripresa del movimento di base, certo non disposto a farsi sottrarre la quota di sovranità rivendicata con il voto del 25 gennaio. La situazione è ancora fluida; e, come si può constatare, il pragma politico è più vario di ogni previsione, l’ironia della Storia più ricca di ogni fanatismo.
Di analisi pur discutibili, ma di buon respiro critico non sanno ovviamente che farsi i seminatori nostrani di odio, gli Appelius sordi e ciechi intenti a staccare le cedole dello “scontro tra civiltà” (meglio, tra civiltà e barbarie) che ispirò il colonialismo occidentale: un capitolo storico che fornisce i precedenti e rappresenta a tutt’oggi il contesto, diacronico e sincronico, politico e culturale, della tragedia mediorientale, oltre che di altre parti del mondo. Non ne tiene conto l’elaborazione anche di livello internazionale. Michael Herzog risolve la questione in modo unilaterale, come scommessa sull’integrazione di una forza estremista in un sistema politico prima contestato; la forza dello stesso sistema - seguita dall’obbligatorietà di “regole moderate” e da “tempo sufficiente” – è da questo punto di vista la principale condizione del successo. Pessimista sul caso specifico, che esamina su un piano tutto sincronico, l’analista israeliano pensa che “le dinamiche di breve periodo paiono sufficienti a compromettere le prospettive di lungo termine” e che sia ormai passata “l’occasione di domare Hamas” (Forse è troppo tardi per domare gli estremisti, “Corriere della sera”, 29 gennaio, da “Foreign Affairs”). Niente storia e niente contesto geopolitico.
Qui, impensabilmente, è Massimo D’Alema, intelligenza per sua natura nervosa e intermittente, sotto elezioni e forse sotto rimorso per l’impresa del 1999, che, dopo aver invitato i media a raccontarci “la realtà che c’è dall’altra parte”, richiama alla considerazione del più ampio quadro regionale:

Ciò che accade in Palestina è anche una conseguenza dell’occupazione in Iraq. Gli Stati Uniti e altri paesi europei, tra cui l’Italia, hanno infatti pensato di combattere il terrorismo con la politica della guerra, delle torture, delle uccisioni dei civili. Tutto questo ha purtroppo avuto l’affetto di allargare le basi di massa del fondamentalismo islamico.

Il presidente diessino ricorda anche le vittime civili palestinesi (il triplo degli israeliani morti per terrorismo) e l’esistenza del muro: “Per capire la vittoria di Hamas si debbono prima capire le ragioni dell’odio dei palestinesi” (F. Ronconi, D’Alema: ma Hamas non è il nuovo nazismo, “Corriere della sera”, 29 gennaio). “Politica della guerra”, “occupazione” e perfino “resistenza”: un revirement, forse solo lessicale.
Già Grossman, uomo di più pregevole coerenza, aveva ricordato le ferite esistenziali di cui soffre quel popolo e Sandro Viola, per capire meglio, si era messo addirittura “nei panni d’un palestinese” (“la Repubblica”, 28 gennaio). Ma in verità erano stati e restano rari i commenti che hanno collegato l’occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele con la guerra e l’occupazione anglo-americana (e italiana) dell’Iraq; e ancora più scarsi gli approfondimenti della “politica di guerra” occidentale e israeliana, che ora minaccia di travolgere l’Iran. Non è stata rilevata la portata mondiale di quella politica.
A questo proposito ha regnato fin dall’inizio un’atmostera di reticenza e di complicità che dimostra come la cultura dell’informazione sia solo in sottordine, e per comodità onomastica, berlusconiana, ma coinvolga tutto il fronte politico istituzionale, e tutta quella che, nel dilagante blob delle private ignoranze che si sommano nella pubblica istruzione televisiva, si chiama ormai “la politica” di centro-destra-sinistra (cioè la vera politica, quella delle fabulazioni domestiche, della “nera” in apertura, delle telefonate di Tizio a Caio, seguite da dichiarazioni al telegiornale delle 20 e da consigli per gli acquisti). E’ stato significativo il “tira e molla” dei dirigenti del cosiddetto centro-sinistra (in realtà un centro democratico e cristiano bisognoso dei voti di Rifondazione) sulle truppe italiane in Iraq; ora abbiamo anche avuto l’esperienza della sostanziale identità di atteggiamento delle due coalizioni nei commenti all’esito delle elezioni palestinesi: tutti preoccupati e tutti schierati contro Hamas, Prodi come Berlusconi, Rutelli come Fini, Fassino come Mastella; e tutti contro Ferrando, cioè contro la libera discussione: no comment, please. Qualche accento posto diversamente, qualche sussulto di orgoglio intellettuale non mutano l’essenza delle cose; i mugolii di D’Alema sanno molto anche di recupero d’immagine a fini di curriculum.
Non potrebbe essere diversamente: solo pensando in termini di economia politica mondiale e di contraddizione tra proprietà e indigenza si può penetrare il mistero delle lotte surrettiziamente assunte come etniche o religiose, o comunque altro da quella contraddizione. E’ il caso del movimento di protesta che – mentre scriviamo - agita il mondo islamico offeso dalla pubblicazione delle caricature di Mohammad; movimento che per la sua radicalità e simultaneità in luoghi del mondo che distano migliaia di chilometri l’uno dall’altro deve essere considerato a prescindere dalle sue grottesche cause immediate e dalle sue strumentalizzazioni, e posto primariamente in relazione alla condizione di vita e di sofferenza della grande maggioranza, e al complesso di superiorità ostentato dall’Occidente, unica e vera fatwa dello “scontro di civiltà” in fieri. Una condizione che si esprime in quel modo e per quelle vie, e si panneggia di forme religiose e reazioni estreme, ma rivela in tutta la sua estetica - i modi, i gesti, i volti - che siamo di fronte al più macroscopico episodio d’una rivolta di natura prettamente sociale e politica, che si nutre dell’emotività accumulata in un lunga esperienza storica e si raduna intorno ai simboli identitari forniti da una professione religiosa ampiamente secolarizzata.
Inutile cercare un mandante, o un complotto originario; inutili ai fini della ricerca delle cause reali anche le varie denunce di governi reazionari, e di gruppi di potere che hanno soffiato sul fuoco a fini propri. Il colmo del ridicolo è nella ricostruzione della nascita del movimento da parte del “New York Times”: un imam palestinese residente in Danimarca e un suo scudiero libanese avrebbero fatto un viaggio nei paesi arabi – Egitto, Libano, Siria, Arabia Saudita - mostrando le vignette blasfeme; decisivi sarebbero poi stati il “conclave islamico alla Mecca” e la diffusione della protesta mediante il sito dell’Organizzazione per l’Educazione islamica, seguita da “una fatwa che ordina il boicottaggio” e che scatena gli assalti alle ambasciate (G.O[limpio], Quel conclave islamico alla Mecca che ha dato il via libera alle proteste, “Corriere della sera”, 10 febbraio; ma v. già ivi, 7 febbraio, dello stesso autore, Sceicchi del Cairo e mujahidin. Il tam tam segreto della rivolta). Ancora più rozzamente la Rice non si lascia sfuggire l’occasione di chiamare in causa i rogue-States: “Siria e Iran hanno deliberatamente fomentato le proteste dei musulmani. Nulla giustifica la violenza, nulla giustifica le fiamme appiccate nelle ambasciate occidentali” (ivi, 9 febbraio). E’ stata preceduta dal ministro Fini, che il 6 febbraio dichiara; “Sto per fare un’accusa grave, ma è a ragion veduta: credo che la Siria oggi rappresenti oggettivamente un pericolo. […] Bisogna fare attenzione perché siamo su una polveriera” (F. Sarzanini, Fini: “Dietro gli assalti la mano di Damasco”, ivi, 7 febbraio). Se “siamo su una polveriera”, perché Fini accende il fiammifero? Ma il capo della diplomazia italiana, già che c’è, aggiunge l’idea di un “embargo politico contro l’Iran”, che potrebbe usare contro Israele le armi atomiche che vuole costruire. Forse non sa che Israele ha già pronte le sue (ibidem).
Torniamo alla proteste in nome dell’Islam. Che dietro a un movimento di tale ampiezza e profondità stiano anche gli Stati più o meno confessionali e “moderati” della regione, e un complotto e forse altro ancora, che in determinati casi la regìa sia della parte conservatrice delle società islamiche non toglie che il movimento nel suo complesso debba essere valutato in primo luogo dal punto di vista della sua base sociale e della sua contrapposizione all’Occidente, più precisamente al tipo di democrazia coloniale che questo intende imporre ai paesi e ai popoli islamici. In nessun caso si può ridurre la rivolta di massa ad un complotto, né si possono ignorare le sue radici storico-politiche e la lunga formazione di una mentalità di resistenza antagonistica ad un imperialismo aggressore. Ci permettiamo di invitare politici e giornalisti a riflettere sulla storia del ‘900. E il fatto che Hamas e le altre forze organizzate non partecipino al gigantesco mob ci sembra essere segno non tanto di sconfessione, quanto dell’evoluzione che abbiamo rilevato di questi settori avanzati verso il protagonismo politico; un modo significativo di salvaguardare le trattative post-elettorali e di marcare una distinzione rispetto alle forme religiose che vorrebbero imprigionare la politica.
Per tutti questi motivi riteniamo le allusioni superficialmente irrisorie all’“Intifada delle vignette” e l’allarmismo per i pericoli che minaccerebbero l’Europa non solo di cattivo gusto, ma anche diagnosticamene sbagliate (U. De Giovannangeli, Intifada delle vignette, anche l’Italia nel mirino, “l’Unità”, 8 febbraio 2006). A maggior ragione in quanto sulle stesse pagine troviamo, insieme con la disapprovazione dell’uso dei princìpi come “randelli pedagogici” ad opera di gente come Sofri, Gluksmann, Amos Oz e del “furioso Magdi Allam”, analisi e considerazioni assai più meditate:

Un conto è il diritto a parlare bene o male di Maometto, e a ritrarlo – scrive Bruno Gravagnuolo -. Altro il diritto a raffigurarlo col naso adunco, la scimitarra e le bombe per turbante. Qui ogni confine è violato. […] A maggior ragione sul ciglio delle “guerre di civiltà” e nel mondo globale, fatto di “stranieri” che si pigiano nello stesso spazio (mediatico e fisico) (ibidem).

La rivolta non arriva fino a questo momento a darsi una consapevolezza adeguata alle sue potenzialità, perché l’invenzione della politica, la sua liberazione dalla dimensione religiosa e dalle istituzionalizzazioni dall’alto, la costruzione del senso della propria forza, il costituirsi di classi sociali richiedono tempi che sono stati molto lunghi anche nella storia dell’Occidente, con risultati dei quali il secolo appena trascorso ha rivelato la grandiosità ma anche i lati infelici. Tra i quali sta anche la profonda inimicizia tra arabi e occidentali - che sarebbe sbagliato vedere come radicata nel cielo delle religioni e non principalmente nella concretezza terrena della storia contemporanea - e lo sviluppo di un “razzismo antiarabo”; cose che hanno molto a che fare con la nascita di Israele e i problemi che ne derivarono alla regione. (Cfr. P.G. Donini, Ma esiste anche un “razzismo” antiarabo, “Giano”, n. 33, sett.-dic. 1999, pp. 168-171.)

La natura dello Stato israeliano
La storia di (e attorno a) Israele e la sua ideologia costituiscono un tema di ricerca tra i più importanti, ma comportano anche un’opera di necessaria ripulitura e demistificazione, perchè è da lì e dalle torsioni alle quali il sionismo originario fu sottoposto nel suo incontro con l’imperialismo e con gli interessi economico-politici degli imperialismi che sono nati alcuni dei problemi che da quasi sessant’anni, e con maggiore acutezza dal 1967, sono al centro delle preoccupazioni mondiali. E’ necessaria, a questo punto, una precisazione che acquista maggiore importanza dalle discussioni che hanno fatto seguito alle elezioni: il voto palestinese è certamente stato influenzato dagli errori e dal deprezzamento morale e politico di al Fatah, ma determinato nel profondo dalle condizioni in cui quel popolo viene tenuto e continuamente ricacciato. Le ragioni di un trattamento tanto iniquo, e - al di là di questo aspetto della questione - il ruolo di Israele nella politica internazionale non possono essere compresi se non si spezza il privilegio etico che si vorrebbe far discendere dalle persecuzioni naziste degli ebrei d’Europa e dal loro disumano sterminio. Tutto si tiene, e non saranno certo gli errori storici di Ahmadinejad a vietarci questa parte del discorso.
Contrariamente alla mitologia di legittimazione dello Stato ebraico, la Shoah e Israele appartengono sì al tempo della seconda guerra mondiale, ma il rispettivo avvento è dislocato in due serie distinte, due ordini di fatti non strettamente concomitanti e non consequenziali l’uno all’altro, in ogni caso non inscrivibili in un unico processo storico di causa-effetto, come ora la leggenda sionista-israeliana mira a far credere. La storia di Israele ha poi subìto trasformazioni radicali, sulle quali ha insistito la nuova storiografia critica, che l’hanno condotto ad una totale integrazione nel ruolo di angosciato provocatore coloniale, con un legame ambivalente con gli Usa e la totale incapacità di rappresentare i valori di catarsi universale che erano intrinseci alla tragedia dell’ebraismo nel ‘900 e nell’urlo dell’ebreo/a considerato superfluo e gasato. Per questo complesso di motivi non si può dire che Israele sia stato, nella sua gestazione, figlio diretto della Shoah; tra i due fatti c’è una discontinuità che è apparsa perfino incompatibilità. Lo yishuv (comunità ebraica di Palestina), sembra durante la guerra e ancora dopo la sua fine consapevole della diversità delle due storie e delle due umanità; esso tende a rifiutare l’esperienza e la cultura dei superstiti e a considerare come un elemento turbativo l’eventualità d’un ricongiungimento, che accettò solo a patto di non farne un semplice fatto di migrazione, ma di inserire l’esodo nella saga sionista (cfr. specialmente T. Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001). Il ricongiungimento fu infine stabilito con la risoluzione 181 delle Nazioni Unite come “gesto riparatorio della civiltà occidentale per l’Olocausto” (cit. in B. Morris, Vittime, Milano, BUR, 2004, IIa ed., p. 238).
Fu nel successivo, duro processo storico della formazione statual-militare di Israele, e specialmente col processo a Eichmann e con la guerra del 1967, che a quella classe politica parve vantaggioso e doveroso dotare lo Stato ebraico di una genealogia identitaria definitiva, che per le sue implicazioni di valore lo portasse al di là d’ogni possibile discutibilità. Frutto del nuovo corso fu la più stretta unità degli ebrei di tutto il mondo intorno ad Israele e la formazione d’un blocco ideologico che gestisce la memoria dell’intero sterminio e la monopolizza riconducendola sotto l’unico segno dell’antisemitismo, categoria che viene ormai estesa a tutti coloro che considerano criticamente la politica di Israele: un’operazione politico-culturale di grande complessità, ma anche di grande capacità mistificatoria. E’ fuori dai limiti di questo intervento richiamare l’attenzione sui danni storiografici e morali di questo atteggiamento, che giova solo al revisionismo e al riduzionismo (cfr. Olocausto/Olocausti. Lo sterminio e la memoria. A cura di Francesco Soverina. Prefazione di L. Cortesi, Roma, Odradek, 2003).
La sostanza del discorso può essere definita come questione della nascita-natura dello Stato israeliano: è essa, parzialmente o totalmente, in qualche modo inscritta nella Shoa e nelle sue conseguenze, e continua ad esserne legittimata, oppure è venuta assumendo nella prova dei fatti una caratterizzazione diversa?
Alla luce della condotta di Israele, e soprattutto del ruolo che quello Stato ha assunto di vassallo atomico “americano” nel controllo politico e sociale del Medio Oriente, riteniamo sia un errore concedergli una franchigia etica che protragga a tempo indeterminato i vantaggi che esso ha tratto dalla Shoa, riducendola nel profilo della “ragion di Stato”. Non è il caso di ribadire in questa sede l’avversione alle tendenze negazioniste – alle quali erroneamente e incautamente si sono rifatti alcuni esponenti politici dell’islamismo – e di rivendicare i costi terribili e il valore umano dell’esperienza del genocidio; tra l’altro la fonte è ormai lontana, e non solo nel senso temporale, ma perché proprio lo Stato di Israele si è allontanato da essa nella misura stessa in cui ne aveva bisogno e la adoperava come narrazione delle proprie origini, epopea di identificazione d’un popolo smembrato dalla diaspora, retroterra giustificativo di qualsiasi suo atto politico. Israele rischia in questo modo di dilapidare il significato più alto e il patrimonio morale della Shoa, consistente nel messaggio catartico e palingenetico lanciato all’uomo storico dopo la nuova “guerra dei Trent’anni”: un messaggio che ci sentiamo di dover accogliere e sviluppare anche per la sua permanente validità in un mondo a rischio.
Quello Stato, che intanto costruiva il proprio popolo cementandone i segmenti con la forza unificatrice della religione e della normalizzazione della guerra e assumendo quindi i caratteri d’una teocrazia militarizzata, va considerato anche dall’altra parte, cioè dal punto di vista arabo, dal difuori dell’Occidente, cioè appunto dalla geografia delle metropoli e dalle cause, dalle sedi, dagli orrori dell’uccisione di milioni di ebrei e di altri prigionieri della Germania nazista. Dal difuori dell’Occidente, ma dall’interno di una regione nella quale si può dire (con deboli controprove storiche) che le minoranze ebraiche hanno sempre, a certe condizioni, trovato rispetto e non pogrom e Lager, non razzismo all’europea, fino a che le proporzioni della proprietà della terra non si sono rovesciate. Il senso del processo ha infine coinciso con gli interessi imperialistici dell’Occidente e con lo sviluppo da parte di Israele d’una iniziativa coloniale via via più aggressiva, che ha assunto, come era inevitabile, contorni razzisti. Ciò che Israele ha fatto nei decenni passati e continua a fare appartiene effettivamente al tracciato di quel colonialismo nella cui scia il nuovo Stato fu artificialmente creato nel 1947, e che l’ha condotto ad una scelta tragica di avamposto fortificato dell’Occidente in area nemica. Le mura dei ghetti antisemiti europei sono diventate the Wall, “il muro”: da un lato fortificazione protettiva, dall’altro barriera che esclude i palestinesi dalle loro terre, o da una terra che poteva essere pacificamente comune agli uni e agli altri.

Agli occhi dei palestinesi, e delle popolazioni arabo-islamiche in generale, lo Stato di Israele non può non apparire come un’eredità dell’imperialismo, un corpo estraneo, incapace di farsi accettare in un contesto culturalmente diverso, storicamente radicato in quella regione (A. Vurchio, Sionismo, “Giano”, n. 42, sett.-dic. 2002, pp. 117-120).

E’ ancora possibile arrivare ad una convivenza accettabile? Intendiamo di due popoli e due Stati, non di un super-Stato alimentato dalla tecnologia più avanzata e di un semi-Stato privato dell’acqua, imbottito di colonie, recluso in un muro, sostanzialmente in figura di liberto dell’altro; non di uno Stato armato di bombe nucleari, carri armati e aerei attrezzati per un terrorismo celeste, e di frammenti di Stato privi di contiguità, che all’altro possono opporre solo il terrorismo terrestre dei “martiri”; non di uno Stato che vieta all’Autorità palestinese, come misura punitiva post-elettorale, la comunicazione tra quei frammenti territoriali, e che giunge a congelare quanto le deve di imposte doganali.
Chi agisce in queste forme non riconosce l’altro. E dunque Israele non può chiedere per sé un pieno riconoscimento – che in altre condizioni e in altri rapporti reciproci sarà – ci auguriamo - ineludibile anche da Hamas, mentre continua a seminare odio, lutti e rovine quotidiane, prosegue la costruzione del muro, si inserisce nell’ideologia dell’“asse del male” e quindi minaccia altri paesi dell’area. E si riserva di prendere unilateralmente decisioni che condizionerebbero pesantemente la vita della regione. Nella sua prima intervista televisiva dopo le elezioni palestinesi, il premier Ehud Olmert ha descritto come segue – riferisce una corrispondenza giornalistica – “i confini definitivi dello Stato israeliano”:

Israele, secondo Olmert, dovrà mantenere la piena sovranità sul blocco di insediamenti di Ariel, di Gush Etzion e Maaleh Adumim e su tutte le colonie della valle del Giordano. Gli insediamenti di Ariel, incuneati fino a venti chilometri all’interno dei territori palestinesi, occupano tutte le colline che dominano la zona di Nablus. Quelli di Gush Etzion e Maaleh Adumim rappresentano la naturale estensione della Grande Gerusalemme disegnata da Olmert nei dieci anni da sindaco e si estendono sui territori palestinesi intorno alla capitale. Le colonie della valle del Giordano, importanti dal punto di vista agricolo, rappresentano anche una fascia di sicurezza in caso di crisi con il regno ashemita. Con queste acquisizioni territoriali Israele manterrebbe il controllo di circa il 55% della Cisgiordania lasciando al loro posto almeno 185.000 degli attuali 245.000 coloni (Gian Micalessin, Addio alla Road Map. Olmert rompe gli indugi: “Saranno questi i futuri confini d’Israele”, “Il Giornale”, 8 febbraio) .

Questi propositi di Olmert si inserirebbero alla perfezione nella “guerra infinita” di Bush, della quale la Palestina rappresenterebbe uno dei fronti più caldi. La conferma è arrivata pochi giorni dopo dal “New York Times”, della cui esposizione d’una compiuta strategia israelo-statunitense anti-Hamas riportiamo un sunto:

Bloccare i salari, congelare i finanziamenti ai grandi progetti in Gisgiordania e Gaza, impedire i movimenti di uomini e merci, boicottare qualsiasi tipo di contatto con i dirigenti del futuro governo palestinese. In poche parole, strangolare Hamas. Imporre una sorta di embargo totale, che conduca gli oltre 3 milioni e mezzo [sic] di palestinesi residenti nei territori occupati da Israele nel ’67 a rivoltarsi contro i leader eletti democraticamente alle elezioni del 25 gennaio. E soprattutto adoperarsi per spingere il presidente Mahmoud Abbas a sciogliere il Parlamento e proporre una nuova tornata elettorale nella speranza che che gli estremisti islamici siano battuti (L. Cremonesi, “C’è un piano di Israele e Usa per bloccare Hamas”, “Corriere della sera”, 15 febbraio).

Non resta che sperare che si tratti di clamorose uscite dimostrative, corrispondenti ad una fase particolarmente dura che prelude alla trattativa possibile e, per certi aspetti, obbligatoria. Ma anche la trattativa, pur di lungo periodo, sarà dura. Infatti, la situazione è evidentemente insolubile in assenza di rilevanti modificazioni dello status quo, che assicurino ai palestinesi e al mondo arabo la disponibilità di Israele ad una serie di passi e di fatti anche diluiti nel lungo hudna (tregua) che Hamas propone: dal ripudio del “razzismo antiarabo” alla nascita di uno Stato di Palestina dotato di compattezza territoriale e non infarcito di insediamenti ebraici, posti di blocco e muri; da un approccio negoziale al problema degli espulsi al disarmo nucleare, primo passo verso la creazione di un Medio Oriente denuclearizzato, come richiesto, su proposta egiziana, dal Consiglio direttivo dell’Aiea riunito a Vienna il 2-4 febbraio (v. D. Mastrogiacomo, Nucleare, l’Iran davanti all’Onu, “la Repubblica”, 5 febbraio). Ma avranno gli israeliani il coraggio di intraprendere questo vero “processo di pace”, in primo luogo nella loro stessa “ipertrofia dell’Io”? E oseranno gli ebrei dispersi nel mondo sostenere un governo che rinunci alla posizione di forza e alla relativa ideologia per una scelta di sicurezza e di convivenza paritaria?
I duri contrasti sull’emendamento anti-israeliano presentato a Vienna e la sua approvazione sono stati registrati sottotono e generalmente non commentati dai media. Ma proprio a partire da questo spunto disarmista Gian Giacomo Migone ha tracciato un programma di pacificazione “nella direzione dell’utopia”, valido nel tempo lungo (G.G.M., Ombre irachene su Tehran, “l’Unità”, 7 febbraio). Purtroppo c’è da temere che l’intelletto collettivo torni a coltivare piani universalistici solo dopo una nuova guerra distruggitrice – necessariamente nucleare secondo le dottrine americane che detterebbero la loro legge -, ammesso che un’umanità possa ancora esistere. Quello che è certo è che l’infinità del tempo, lusso della storia passata, non esiste più. Le proiezioni sia politiche sia ambientali hanno nel 2050 le colonne d’Ercole del nulla; tutto dev’essere fatto in questa prima metà del XXI secolo (e per il teorico di Gaia i giochi sono già fatti: v. la corrispondenza da Londra su James Lovelock. Il guru del clima: troppo tardi per salvare la Terra, “Corriere della sera”, 17 gennaio).
Il sospetto che il pacifismo sconfini nella pura utopia aumenta quando si viene a sapere che, dopo le elezioni, in tre soli giorni Israele – mentre esige da Hamas sforzi di rinnovamento e prove di anti-estremismo, e la sua stessa opinione pubblica chiede soluzioni negoziali – ha eliminato con il metodo dell’uccisione mirata non meno di dieci dirigenti arabi; e quando dallo stesso Israele partono richieste di esclusione dell’ Iran dai Mondiali di calcio, e mòniti come quello di Ehud Olmert: “Impediremo all’Iran di colpirci. Nessun nostro nemico può dotarsi di armi di distruzione di massa” (“La Stampa”, 18 febbraio). Non si può dire che gli esordi del premier israeliano giovino alla distensione; abbiamo invece la conferma che Israele continua la politica di Sharon, anteponendo agli accordi di pace la formazione e la sempre maggiore compattezza della nazione sionista nel quadro del vigente sistema di sicurezza armata.
Eppure, come da più parti è stato rilevato, la vittoria di Hamas può – per un paradosso soltanto apparente - aprire nuove chances di avviamento ad una soluzione che avrebbe immediati effetti benefici su una delle regioni-chiave degli equilibri politici mondiali.

Mondo arabo e questione iraniana
Le connessioni tra il braccio di ferro ebraico-palestinese, il mondo arabo e la questione iraniana sono auto-evidenti; non sono state inventate da Khomeini o da Ahmadinejad. Esistevano anche prima della risoluzione del dicembre 1947; ma certo dopo quella data hanno assunto dimensioni nuove, come se la linea di attrito tra Occidente e Oriente, che nei secoli precedenti aveva uno sviluppo di migliaia di chilometri e che tuttora va molto al di là del “muro della vergogna” israeliano, si fosse contratta nella frontiera di due sole e piccole entità socio-politiche, quella sottile striscia tra il deserto e il mare. Il processo della globalizzazione ha unificato in mani americane la potenza militare e la strategia geopolitica. Oltre quel muro si estende un immenso territorio che, proprio per la sua civiltà, le sue risorse, i suoi misteri, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione sulle menti e sulle armi occidentali.
L’importanza del Medio Oriente – dalla Turchia all’Iran – per la strategia della Casa Bianca è proclamata in documenti ufficiali che lo dichiarano zona di interesse nazionale e di esportazione del modello democratico-elettorale. Nell’ideologia Usa democrazia significa elezioni addomesticate, libertà significa proprietà privata, petrolio, open door. L’esportazione di queste virtù secondo i correnti criteri merceologici viene però ostacolata da alcuni “Stati-canaglia” o Stati imperfetti, che vanno perciò eliminati. Dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, la furia americana si è scatenata contro l’Afghanistan, compiendone la devastazione e inventando una nuova categoria di prigionieri senza diritti, e torturabili ad oltranza ; per rivolgersi poi, con una guerra priva di qualsiasi giustificazione, e anche militarmente sbagliata, contro l’Iraq. Contemporaneamente si è alimentato un contenzioso con la Siria, preludio ad un intervento militare implicito nei documenti strategici e più volte preannunciato dagli analisti.
Ma non è mai stato dubbio che dopo la rivoluzione del 1979 il nemico n. 1 nella regione era l’Iran, e che la guerra dell’Iraq all’Iran del 1980-88 fu incoraggiata e sostenuta da Washington allo scopo di tagliare le ali della rivoluzione del ‘79; infine, che è stata la resistenza irachena a frenare fino a questo momento la macchina bellica del Pentagono. Da tappa di una marcia inarrestabile contro l’“asse del male”, la guerra irachena è diventata un inciampo insuperabile per la Superpotenza e per la leadership imperialista e fascisteggiante del governo Bush-neocons. Calcoli sbagliati, certo. Ma è grande il merito che il mondo e l’Europa devono riconoscere alla resistenza irachena in quanto affermazione di un “diritto all’autodifesa popolare” che è universale, e non viene annullato né diminuito dall’esistenza di un estremismo che, del resto, paga a carissimo prezzo le proprie imprese terroristiche (cfr. l.c., Il male della storia e la luce di Falluja, “Giano”, febbraio 2005, n. 48-49, pp. 7-9). Sulla dialettica terrorismo-movimento di liberazione ci sarebbe molto da scrivere. Anche – e forse soprattutto, in Medio Oriente – dagli ebrei sionisti degli anni ’40, che sul terrorismo fondarono la rivendicazione d’una patria. Ma noi non ci lasceremo ricattare da chi, rinfacciandoci i kamikaze, avrebbe voluto proibirci di parlare d’una resistenza irachena, quando era chiaro che proprio per quella via si poteva giungere ad una democrazia effettiva, dotata cioè di propria autonoma esperienza di lotta e di elaborazione politica.
Tornando al nostro discorso principale, il governo di Tehran ha ritenuto di trarre dall’inciampo americano in Iraq un supplemento di temerarietà non solo rischioso, ma sostitutivo di tutte le sostenibili ragioni di fondo con elementi di mobilitazione ideologica inaccettabili. E questo ha acuito problemi sui quali gli americani si sono gettati con la libidine di violenza che caratterizza la loro politica, della quale – con un capolavoro di ingegneria egemonica – la democrazia elettorale è stata adottata come strumento (in verità biunivoco). Prima del 1979 gli Stati Uniti d’America non solo riconoscevano e favorivano il ruolo di Potenza regionale dell’Iran, ma fornivano a Tehran, oltre alle armi più sofisticate, la tecnologia necessaria a sviluppare un programma nucleare con finalità militari. Dal 1986 nei siti deputati alla ricerca si arricchisce uranio. A questi precedenti risalgono la varie voci che vorrebbero l’Iran già in possesso dell’atomica (v. Farian Sabahi, Ingerenze statunitensi in Iran: questione nucleare e minoranze etniche, “Giano”, n. 51, nov. 2005, pp. 79-88); più sicuramente esse sono radicate in un progetto coltivato nel periodo dello Scià, ma introiettato poi nell’ideologia dell’interesse nazionale e dello sviluppo dell’Iran, che reclama ora il riconoscimento internazionale.
Apriamo un’altra breve parentesi. Dallo sviluppo del discorso appare chiaro che gli Stati Uniti d’America considerano lo spazio iraniano non solo importante, come è ovvio, per le sue risorse, ma centrale per un controllo simultaneo “in tempo reale” dell’enorme estensione dell’area islamica e dell’intera Asia; questa era la visione prettamente imperialistico-globale che già presiedeva alla politica di privilegio che gli Usa riservavano all’Iran di Reza Pahlavi, il cui crollo rappresentò per gli americani assai più che un lutto politico: fu il venir meno d’un pilastro fondamentale della loro progettazione imperiale. Aggiungiamo che, a partire dalle elaborazioni di Brzezinski, attraverso l’agitazione pubblicistico-politica dei neocons fino al documento presidenziale del settembre 2002 (cfr. Dir., L’ideologia americana, la guerra all’Iraq e la distruzione della politica, “Giano”, n. 41, settembre-dicembre 2002, pp. 5-7; R. La Valle, La strategia dell’amministrazione Bush e la nuova geopolitica mondiale, ivi, n. 45, dicembre 2003, pp. 145-156) la proiezione asiatica della potenza americana si sviluppa dal mondo arabo-islamico in direzione della Siberia e della Cina, e che l’“asse del male”, che dalla Siria conduce alla Corea del Nord, ha nello spazio iraniano il suo pivot.
Riprendiamo ora il filo dell’analisi là dove l’abbiamo lasciato, cioè sulla volontà di Tehran di disporre di energia atomica e della sua trasformazione in elemento costitutivo dell’interesse nazionale e del prestigio internazionale. Su questo punto occorre il massimo di chiarezza; perciò il ragionamento che svilupperemo non tiene inizialmente conto delle assicurazioni di Tehran sui suoi fini limitati al nucleare civile, ed è condotto sul piano dell’interesse militare. Accetta, cioè, provvisoriamente, la visione che è alla base dell’offensiva propagandistica anti-iraniana. Dal punto di vista del realismo politico e della logica degli Stati ut sic (un criterio che adottiamo in ragione del principio di realismo storico-politico che caratterizza l’impegno pacifista di “Giano”) quella dell’Iran è, più che una richiesta - e in effetti non viene formulata come tale -, un’esigenza oggettiva anche sul piano degli equilibri militari, e quindi di sicurezza nell’accezione condivisa. L’Iran è la maggiore tra le Potenze dell’Asia continentale che non possiede un arsenale nucleare; e le Potenze che lo possiedono la circondano da tutti i lati: da Israele, in senso orario, la Russia, la Cina, l’India, il Pakistan. Per non parlare dell’onnipresenza degli Usa e delle basi militari in loro possesso, il cui numero aumenta, e la cui dislocazione si fa più minacciosa, man mano che procede l’espansione militare, del tutto coerente con i programmi geostrategici della Casa Bianca e del Pentagono. E’ impossibile per un osservatore onesto non porre al centro dell’analisi ciò che è al centro della storia in atto, cioè la superpotenza americana e la sua enorme capacità di input alle più o meno gradevoli vicende mondiali, e al loro trend, degli ultimi settant’anni circa (assumiamo come punto di partenza il 1941); ed è impossibile non vedere che la materializzazione del grande strapotere degli Usa-mondo sta nelle basi militari e non rendersi conto di ciò che la militarizzazione-nuclearizzazione del pensiero strategico e della prassi geopolitica rappresenta per una controparte nemica designata a freddo, o tendente di proprio ad uno sviluppo o alternativo o garantito comunque dall’indipendenza e dalla sicurezza. Nel caso dell’Iran, mettiamo anche in conto che l’esigenza oggettiva di cui parliamo si tinge di macronazionalismo islamico: la bomba come mezzo di rispettabilità e di sicurezza di un miliardo e 200 o più milioni di musulmani.
A queste motivazioni non è facile rispondere. L’Iran aderisce al Tnp; ma non si può fare di quel trattato uno strumento di controllo valido solo per chi non possiede la bomba, e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) un ufficio al servizio degli Stati nucleari, nessuno dei quali rispetta il trattato stesso nel senso che li riguarda, cioè del freno alla proliferazione verticale e del disarmo tendenziale. Per dialogare con l’Iran sul punto specifico sarebbe necessario, da parte degli occidentali e delle grandi Potenze dell’Asia, un mutamento profondo dei fondamenti atomici della loro politica militare; e in primo luogo questo dovrebbero fare gli americani. Ipotizzare ciò non è tuttavia realistico, a maggior ragione in quanto l’attuale opzione iraniana ha in sé gli elementi di forza della sconfitta degli Usa e della cosiddetta “coalizione” in Iraq – e ultimamente, a prescindere dallo stato dei rapporti diretti, anche del successo di Hamas e delle altre forze di mobilitazione sociale della regione, nonché dell’indignazione delle masse islamiche verso l’Occidente - ma ha anche numerose e gravi debolezze.
Quanto alla “bomba islamica”, la posizione di Tehran è certamente indebolita dal dissenso, a questo e a vari altri riguardi, della maggior parte degli Stati arabi e della Turchia. Quanto alle Potenze atomiche esistenti, esse non possono accettare la prospettiva d’un Iran nucleare. Per di più, nell’intento di trovare elementi coesivi delle masse musulmane, il presidente Ahmadinejad ha messo ripetutamente l’accento su questioni, la cui delicatezza non poteva non mettere in allerta la comunità internazionale, l’Onu stessa e quella opinione mondiale non formalizzata e forse neppure maggioritaria, ma assolutamente vincolante, che sempre attribuisce ad alcuni problemi il valore – autentico o puramente pratico-politico - d’una frontiera morale raggiunta e non più discutibile. Tale è l’accertato accadimento della Shoah e, come parte di questa, dello sterminio degli ebrei d’Europa, in quanto vergogna non solo della Germania e dei regimi nazifascisti, ma di tutto il genere umano. In secondo luogo, ci riferiamo all’esistenza dello Stato di Israele là dove esso si trova da quasi sessant’anni, cioè da un tempo tale da non potersi più esso considerare come prodotto effimero d’ingegneria istituzionale.
La rilegittimazione di un antiebraismo alla Protocollo dei Savi di Sion, lo strafottente negazionismo in materia di genocidio e la dichiarata volontà di “buttare a mare” Israele vanno interpretate – secondo le private rassicurazioni di amici pacifisti iraniani – come rivolte all’opinione pubblica interna; si tratterebbe di parole d’ordine intese a rafforzare l’orgoglio nazionale e la rivendicazione d’una piena autonomia e sovranità, nel momento in cui il confronto sul programma nucleare si fa più duro. Si vorrebbe anche generare anticorpi atti a contrastare la crescente influenza occidentale, e particolarmente americana, sui costumi delle giovani generazioni, considerata come manifestazione d’una soggezione che si vuole superare. Il movente risiederebbe insomma nella sfera del rapporto regime-società: appunto, una faccenda interna. Sta di fatto però che quelle dichiarazioni e perorazioni non possono essere accettate da alcuna persona dotata di senno, che esse evidentemente sostituiscono un’elaborazione intellettuale e politica di cui quel regime non è capace, che sono controproducenti sul piano internazionale (e, alla lunga, nello stesso Iran), e – infine - che anche dal punto di vista dell’Islam l’aggancio a motivazioni religiose rappresenta un’ulteriore forzatura strumentale, culturalmente e politicamente nociva. In tempi di crisi e di rischio mortale dell’intera civiltà umana anche l’Islam, anche il Medio Oriente (compreso l’Israele della destra mistico-militare ebraica) devono darsi una filosofia mondiale della politica sulla falsariga dei problemi d’oggi, e non sul calcolo di metafisiche e profezie religiose.
Se corrispondessero a realtà, le giustificazioni che abbiamo riferito limiterebbero l’aggressività degli slogan, ma questi rappresentano comunque errori di fatto e retrocessioni ideologiche di estrema gravità. Inoltre essi sono tali da indebolire la lotta contro i programmi di guerra e di dominio dell’imperialismo in una situazione in cui esso – e particolarmente la sua centrale americana - si trova in serie difficoltà, e certi rapporti di forza possono essere mutati con nuove autentiche iniziative politiche di massa, che per il loro carattere non siano sotto nessun aspetto strumentalizzabili da parte del moderatismo di governi e di populismi di partito. Il che sembra possibile solo con una emancipazione della ratio politica dalla irratio religiosa.
Quanto detto non considera l’ipotesi che i dirigenti iraniani, e i settori radicali di tutta l’area islamica, siano in realtà convinti che lo “scontro di civiltà” in atto è inevitabilmente avviato verso un esito estremo, quella terza o quarta guerra mondiale della quale la pubblicistica parla come di cosa certa. Che non si fermerebbe al confronto tra il mondo arabo-islamico e gli Usa, ma farebbe scoppiare le altre contraddizioni internazionali, vale a dire che incendierebbe un pianeta già sull’orlo dell’abisso. Ciò renderebbe appunto più comprensibile la determinazione iraniana a resistere alle pressioni del duo Usa-Israele e della “comunità internazionale”
occidentalizzata.

Usa, Europa, mondo
Le considerazioni critiche che abbiamo svolto non bastano in effetti a rovesciare la logica dei fatti. L’aggressività della politica americana e le sua mire sul Medio Oriente e sull’Asia sono all’origine non solo della catastrofe irachena, ma delle condizioni di inferiorità e di insicurezza di quei popoli, che ripagano gli Usa, Israele e i paesi complici con un odio profondo e con la diffusione d’un disperato terrorismo. La cristallizzazione del meccanismo offesa-ritorsione fa sempre più insistentemente parlare, sulle tracce di Samuel Huntington, di “scontro di civiltà”. Abbiamo anche noi usato questo sintagma, ma non intendiamo addentrarci in una discussione specifica. Se però – evitando di evocare fatti più lontani e diversamente motivati - ripercorriamo le vicende degli ultimi due secoli, e individuiamo le origini e il filo di continuità dell’interesse dell’Occidente verso il Medio Oriente, del colonialismo e dell’imperialismo, della corsa al petrolio, degli inganni dei due dopoguerra ai danni dei popoli arabo-islamici, degli interventi militari, e tutto ciò sullo sfondo d’un crescente razzismo - mentre dall’altra parte si è più volte annunciato un “risveglio arabo” che forse ora si verifica nei fatti ai quali stiamo assistendo – allora ci sembra difficile negare che quello scontro è già in atto. Ce lo conferma Barbara Spinelli, che lo ascrive alla volontà di Bush: “Entrando in guerra contro l’Iraq, egli ha esacerbato il terrorismo integralista, voluto lo scontro di civiltà, e scelto il radicalismo come solo interlocutore” (B.S., Assedio all’Islam europeo, “La Stampa”, 12 febbraio).
Nonostante ciò, riteniamo che dal più ricco, più armato, politicamente più esperto Occidente possono venire iniziative miranti ad evitarlo. Ci riferiamo in particolare all’Europa, spettatrice a volte critica ma più spesso complice delle scelleratezze americane; non è facile tuttavia che essa trovi la forza e lo spirito di indipendenza necessari ad arrestare il moto che – lasciato a se stesso - procede ormai su un piano inclinato. Eppure, la via delle trattative resta aperta, e proprio l’Europa, solo che aggiunga le proprie obbiezioni a quelle un po’ più esplicite della Russia e della Cina, può svolgere una funzione risolutiva. Potrebbe, ad esempio, convocare urgentemente una grande conferenza internazionale (cfr. Sami Naïr, Il ruolo dell’Europa, “Internazionale”, 3/9 febbraio, da “El País”). Nella nostra esposizione non abbiamo considerato quella che dovrebbe essere la via negoziale più efficace, cioè quella – vista con maggiore chiarezza dai russi – delle limitazione dei programmi iraniani a ciò che gli stessi iraniani dicono, cioè al nucleare pacifico. Antinuclearisti integrali, com’è nella scelta ragionata di “Giano”, vediamo però in questo “passi” rilasciato a Tehran perlomeno un superamento, un andare oltre la strozzatura critica. Ci rendiamo conto che sarà più arduo convincere di ciò gli europei stessi che Ahmadinejad e i suoi collaboratori, se è vero che in piena crisi Monsieur Chirac ha avuto una senile, ma irrefrenabile eiaculazione da grandeur in direzione d’un exploit nucleare francese; che la signora Merkel sta compiendo una rotazione filoamericana che crea problemi non facili; che gli americani hanno guadagnato con poca spesa – sotto il naso degli europeisti di rito carolingio - un buon numero di governi minori neocapitalistici del Vecchio Continente.
Quello che si può intravedere di positivo comporta invece un cambiamento di grande portata dell’Ue, dei singoli governi, dei media, nella direzione inversa. Abbiamo assistito a reazioni e ad attacchi forsennati, poveri o del tutto privi di dubbi critici; abbiamo visto scattare una sorta di para-internazionalismo europeo di borghesi ben pasciuti (la cui storia recente è peraltro ancora calda di sangue dei loro popoli) e abbiamo visto diffondersi un antiarabismo e un antislamismo ciechi, comunque disposti ad accettare tutto dalle destre o pseudo-sinistre nazionali o dai governi guerrieri d’America e di Gran Bretagna.
Al di là dell’amletica Europa c’è e potrà esserci dell’altro. C’è il mondo, ci sono gli interessi dell’umanità intera, messa in pericolo dalla micidiale asimmetria tra la portata totalizzante del progresso tecnologico e una ideologia e prassi della politica che appartengono al passato remoto, e addirittura all’antropologia. Esistono precedenti di ricerca d’una via d’uscita da questo terribile “gap prometeico”? Durante la crisi, e specialmente dopo il voto dell’Aiea a Vienna, si è parlato e scritto di un fronte informale dei “non allineati”; il richiamo è alla conferenza di Bandung del 1955 e al movimento uscitone, che proprio con quel nome si frappose tra le due Superpotenze. Indonesia, India, Egitto, Jugoslavia erano i paesi leader dello schieramento, e lo spettro della fine nucleare stava prendendo corpo negli arsenali e nella cultura della sfida. La mancanza d’una precisa istituzionalizzazione e l’assenza d’una base sociale omogenea intorno a problemi comuni, peraltro non desiderata da governi tanto diversi, infine la rigidità del duopolio Usa-Urss nel sistema internazionale, e altre ragioni ancora determinarono la decadenza d’un orientamento che pure aveva avuto un significato forte di insofferenza e di proposta pacificatrice. Avrebbe senso, ora, una nuova Bandung? Non c’è più il duopolio, ma il monopolio e l’unilateralismo hanno dimostrato d’essere più pericolosi del sistema della “guerra fredda” e sono più avversati dai popoli di tutto il mondo. Un nuovo movimento di non allineati potrebbe coagulare sul piano geo-strategico i dissensi e le resistenze al Washington consensus che trapelano dalle conferenze economiche; Brasile, Cina, India sono già ora per vari aspetti avversari non facilmente addomesticabili degli Usa; il continente latinoamericano è in piena fase di transizione dalla soggezione all’autonomia, con aspetti ancora iniziali, ma non sottovalutabili di laboratorio sociale (si veda in questo stesso fascicolo il dossier L’altra America, curato da Raffaele Nocera e Angelo Trento). Si tratta di fermare e spezzare la continuità della politica mondiale americana, prima che essa porti alla perdita del mondo.
A questo proposito la vittoria di Hamas in Palestina acquista importanza internazionale, per le sue conseguenze sia sui movimenti popolari in corso nei paesi islamici, sia sui loro governi, sia infine, su un piano generale, al livello geopolitico. Ma anche qui tutto dipenderà dalla capacità politica dei dirigenti di Hamas e degli altri settori nazionali della protesta. Se essi, costruendo le condizioni per una lotta politicamente orientata delle grandi masse popolari in tutti i paesi del Medio Oriente, riusciranno a condizionare i programmi aggressivi di Israele, e a dissuadere gli Usa dall’intrusione, ai loro successi e dal movimento complessivo potrebbe risultare scardinata la strategia americana degli ultimi anni; questa infatti presupponeva una retrovia ormai tacitata, con uno Stato palestinese guantanamizzato, un Libano disossato, una Giordania perpetuamente sopita, mentre Israele fiancheggiato da Turchia ed Egitto avrebbe fatto fronte alla Siria, che - sotto minaccia americana e forse opportunamente bombardata - sarebbe stata sottoposta a un regime change. L’Iraq democratizzato sarebbe stato una base di contenimento dell’Iran sciita in completo isolamento, ricattato e bombardato alla sua volta. Una balcanizzazione della grande regione petrolifera da effettuarsi in vista della democrazia e degli interessi nazional-imperialistici degli Usa (e di qualche altro).
Ciascuno di questi siti geopolitici è cambiato, e Hamas è stato e potrà ancora essere il perno d’una rotazione in corso. Ci sono forze nuove in campo. Anche prescindendo dai movimenti alternativi di varia ispirazione, dalle opinioni pubbliche degli stessi Usa, di Israele, dell’Europa, la tenace resistenza e perfino l’eterogenesi della democrazia in Iraq, il successo dei Fratelli musulmani in Egitto e la vitalità di Hezbollah in Libano, i fermenti sociali in Turchia e il ruolo di mediazione interculturale che spetta a quel paese (Gülay Gükturk, Reagire con lentezza, “Internazionale”, 10/16 febbraio, da “Bugün”), il movimento politico di popolo che si svolge sotto speci religiose in tutta l’ecumene arabo-islamica, hanno posto alla strategia dell’amministrazione Bush obbiezioni non facilmente superabili; neppure con i bombardamenti, o con nuove guerre .

Roma, 18 febbraio 2006.

Proprio mentre correggo l’articolo (16 febbraio) apprendo della condanna degli Usa da parte della Commissione per i Diritti umani dell’Onu per le illegalità e le atrocità di Guantanamo, e dell’intimazione a chiudere quel luogo di detenzione e tortura. Già anticipata dalla stampa, la notizia acquista ora un valore ufficiale. Mai un simile giudizio tanto disonorevole era stato emesso dopo Norimberga. E senza più onore è in effetti l’America di W.G. Bush.


Le voci di preparativi militari si sono via via infittite negli ultimi tempi, e non sono mancate le anticipazioni di stampa. Il “Sunday Telegraph” ha rivelato che gli americani hanno predisposto “un attacco devastante contro i siti nucleari iraniani usando i bombardieri B2 e i sottomarini atomici”, che lancerebbero sia bombe nucleari bunker-busting sia missili convenzionali. I preparativi vengono affrettati dalle allarmistiche previsioni statunitensi e israeliane: all’Iran non occorrerebbero più di sei mesi-un anno per perfezionare il processo di arricchimento dell’uranio, e di ”due-tre anni per arrivare alla Bomba” (G. Olimpio, “Iran, gli Usa preparano blitz coi sommergibili”, “Corriere della sera”, 13 febbraio). Previsioni diverse – basate sulla necessità di rendere impiegabili le armi nucleari – nell’analisi (competente e onesta) di Andrea Nativi, L’atomica è una minaccia solo potenziale, “Il Giornale”, 16 gennaio. Sul tema del nucleare e sui progetti americani intervengono criticamente, anche due esperti della sinistra pacifista: Angelo Baracca, Iran/Nuke. Il vero e il falso, “il manifesto”, 5 febbraio e Manlio Dinucci, Folle corsa alla nuove atomiche, ivi, 13 febbraio.

 
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