Rivista quadrimestrale interdisciplinare
fondata nel 1989
GIANO. PACE AMBIENTE PROBLEMI GLOBALI
 
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Premessa editoriale al numero 16 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", gennaio-aprile 1994

Dopo lunghe discussioni interne – ed anche consultazioni con amici, studiosi e lettori, tutti quelli che ci è capitato di incontrare – abbiamo deciso di cambiare con questo n. 16, primo del sesto anno di uscita, il sottotitolo "storico" della rivista. Non più "Giano. Ricerche per la pace", ma "Giano. Pace ambiente problemi globali".

Può apparire poca cosa, un puntiglio di qualcuno nella direzione e redazione; ma non è così. Per noi si tratta di superare certi limiti emersi via via nell’ultimo periodo delle nostre pubblicazioni in virtù della nostra stessa crescita, e di compiere un risoluto passo avanti, verso un programma più difficile e più ambizioso.

È una decisione importante, una scelta di posizione nel nostro tempo storico e nei suoi mutamenti, di fronte ad una complessità che per mille segni rimanda dal nodo pace–guerra e dalla normalizzazione della guerra alla totalità fenomenologica del sistema sociale e internazionale in cui viviamo e alle strutture che lo reggono. La scelta di posizione non è frutto di certezze soggettive che abbiamo da esibire, ma della constatazione che dovunque si guardi è invece l’incertezza che prevale e ancora continuamente aumenta intorno alla condizione complessiva e alle sorti della civiltà umana nel movimento storico che l’economia e la cultura dominanti le imprimono e garantiscono; e del convincimento che quella condizione e il sistema che ne è la determinante generale vanno studiati e radicalmente trasformati.

Speriamo che non sarà inutile (non lo è per noi stessi) riepilogare qui alcuni elementi del discorso che "Giano" ha condotto in questi anni e che sono pervenuti a risultato con gli ultimi fascicoli. Il primo numero della nostra rivista è uscito all’inizio del 1989, dopo una lunga fase di preparazione e di dibattito che si sono svolti sullo sfondo dapprima della crisi degli euromissili e dell’Afghanistan e poi della perestrojka e delle illusioni sulla riformabilità socialista dell’Unione Sovietica. Quelle illusioni erano allora largamente diffuse nella sinistra mondiale – dai comunisti ai sodaldemocratici, nel pensiero radicale di tutti i continenti e nei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Erano diffuse anche tra i pacifisti, nella misura in cui il pacifismo è ispirazione che va al di là degli schieramenti politici: tra i pacifisti cristiani e di tutte le altre confessioni, tra i nonviolenti laici e religiosi, nei "nuovi movimenti" di emancipazione. L’interesse principale era ad un controllo della Superpotenza americana e della sua schiacciante egemonia complessiva, di "modello"; mentre la speranza era riposta in un armistizio tra Stati che concedesse il libero esprimersi dei processi di liberazione nazionale e sociale in tutto il mondo, compreso quindi il sistema del "socialismo reale"; e che creasse le condizioni del superamento della minaccia nucleare e di una pace duratura.

Fu un errore fatale dell’Unione Sovietica – che risaliva alla fisionomia assunta dal suo potere, ma che non era inevitabile – farsi trarre ad un confronto globale per lei insostenibile, mentre il sostegno ai movimenti rivoluzionari, che avrebbe dovuto trarre impulso da un regime interno capace di dare una sostanza democratica alla prospettiva del socialismo, finiva con l’essere condizionato da motivi di controllo sociale e strategia militare. Quella capacità era in effetti andata perduta nel processo di statualizzazione esasperata dello stalinismo e nella creazione di una "nuova classe" legata alla conservazione d’un sistema che inaridiva e negava le sue stesse fonti di legittimazione.

Eppure, dal punto di vista della resistenza all’imperialismo e della gestione di molti, fragilissimi equilibri regionali, la crisi e il crollo del "socialismo reale" sono stati eventi le cui conseguenze negative il mondo sconterà ancora a lungo; mentre il capitalismo internazionale, privo del nemico che ne limitava l’aggressività e ne unificava i livelli decisivi di interesse, è attraversato da tensioni ormai palesi, che proietta in un mondo sempre più in quieto.

L’intreccio fra le guerre in corso nelle aree più critiche e le iniziative imperialistiche, fra entità sociali e nazionali soggetti e oggetti di capitalismo, fra le concentrazioni industriali e finanziarie multinazionali e trasnazionali, in fine, a livello di sintesi, fra l’insieme della prassi umana nella presente tipologia di sviluppo e le compatibilità naturali ha generato una situazione che mette a repentaglio l’intera civiltà umana anche a prescindere dalla possibilità d’una conflagrazione generale. L’"equilibrio del terrore" minacciava una guerra nucleare tra sistemi economico–politici e una distruzione nucleare istantanea; la situazione venutasi a creare dopo il tornante del 1989–91 procede verso un apocalisse bellica o ecologica, e probabilmente ad una unificazione di entrambi i rischi, per linee interne ad un solo sistema.

Viene più volte ricordato, per una coazione che appartiene alla psiche collettiva del secolo, che la situazione internazionale di oggi presenta tratti di somiglianza per alcuni aspetti impressionanti con "il mondo di ieri": i Balcani e le varie balcanizzazioni, Sarajevo, le manovre delle grandi Potenze, il nuovo priapismo politico della Germania e quello economico del Giappone, la guerra commerciale tra le sponde del Pacifico, l’intolleranza del diverso e specialmente del diverso povero e affamato, il nesso quotidianamente visibile di accumulazione di ricchezza e disoccupazione, la teorizzazione (anche nel "Nuovo Modello di difesa" italiano e nelle pubbliche affermazioni di militari e strateghi del CeMiSS) della "proiezione di potenza" su lontane aree di (nostro) interesse e sviluppo, l’altissimo livello di militarizzazione e l’ideologia che lo giustifica con il passaggio dal concetto di minaccia a quello di rischio e dalle frontiere della sicurezza militare a quelle delle materie prime e delle fonti energetiche; e potremmo perfino aggiungervi la cultura e la morale da bordello che ripetono in tono kitsch la belle époque e i cari, spensierati anni ’30. Non è superfluo ricordare che il ricorso storico va al di là di queste appariscenze: il punto principale è che l’organizzazione complessiva che regge tante piacevolezze ha condotto il mondo in due guerre mondiali dai costi umani e materiali spaventosi, la seconda delle quali si è conclusa con il lancio di bombe nucleari su città indifese.

A questa organizzazione complessiva noi diamo il nome di imperialismo, né concediamo alla nostra pigrizia o rassegnazione mentale di fermarsi lì, ma ne facciamo argomento di studio e di analisi, di confronto con chi la chiama diversamente, o non la vede, o crede in dichiarata buona fede di fare del pacifismo edificante e perfino della militanza alternativa in una nicchia dello Stato di diritto e d’una "democrazia politica" che appare essa stessa in grave pericolo.

La condizione dell’equilibrio del terrore richiedeva capacità di rapida mobilitazione contro un unico rischio immane sempre presente, e faceva leva sulla enorme sollecitazione emotiva e contestativa; la condizione attuale richiede la costruzione d’una teoria e strategia ecopacifiste fondate sull’analisi d’una realtà complicata e ben consolidata che parte dall’economia di mercato e di profitto, dal monopolio o oligopolio (ma qui la somma degli addendi è sempre 1–virgola–pochissimo) dell’informazione–formazione, e dalla nefasta diffusione di ideologia individualistica e neoliberista. Perciò l’impegno a problematizzare le emozioni e a politicizzare l’angoscia deve dar luogo ad analisi da mettere alla base della lotta per la pace. A maggior ragione in quanto il prevalere del nuovo scenario non annulla il primo – il rischio nucleare continua, come rilevano da punti di vista diversi Paolo Farinella e Joachim Lau–Giorgio Nebbia nei nostri articoli di apertura – ma ne ripresenta nei termini crudi della geopolitica ciò che era mediato dalle forme ideologiche del contrasto tra Est e Ovest e dalla maggior determinazione dell’Urss alla coesistenza pacifica.

Dobbiamo dire ancora una volta, sperando che la ripetizione giovi, che il passaggio dall’una all’altra situazione è stato rappresentato dalla seconda guerra del Golfo. La quale non è stata una risposta punitiva in loco a un tiranno mediorientale uscito (non più di altri, e non senza aver ricevuti crediti, armi e incoraggiamenti da questa parte del mondo) dai suoi limiti di Stato, ma una guerra globale in ogni suo aspetto caratterizzante: il rapporto cosiddetto Nord–Sud, ma anche Nord–Nord (Usa, Europa, Giappone), il petrolio, la riconquista occidentale (per guerra o per vassallaggio) del mondo arabo, il monito tecnologico al diverso povero, l’Onu sovrastatale retrocessa a strumento di un’oligarchia mondiale, il solenne bando di un Nuovo Ordine per i secoli a venire, l’affermazione solenne che la civiltà è una, uno il cammino, una la tipologia, uno il comando del progresso "da Colombo a Schwarzkopf" – come scriveva Balducci.

Proprio in coincidenza con quella feroce operazione militare e con il suo aspetto forse più disumano (nel senso in cui la lenta tortura è peggio dell’omicidio immediato), l’embargo, al quale si è, e resta, associata anche l’Italia della Bnl e di Tangentopoli, ha cominciato a configurarsi un pacifismo o ecopacifismo che è appunto di ispirazione globale e di approccio analitico, ed è quindi nuovo, meno settoriale e più radicale rispetto all’irenismo pre o post–politico – da probiviri di un disarmo garantito dalle competenti autorità politico–militari – incapace di portare avanti una lotta contro le strategie e le guerre, dell’Occidente e della Nato prima e più veritieramente che del simulacro dell’Onu. Dove si intende soprattutto una lotta democratica e quindi di popolo che arrivi alle radici biologiche e al luogo più vicino del potere politico di sistema, del sistema che genera la guerra, nella consapevolezza che così si va direttamente a indebolire e a smascherare la struttura dominante sul piano mondiale.

Non siamo arrivati soli, e neppure osiamo dire primi, ad intendere la crisi internazionale del 1990–91 in questo modo, anche se forse qualcuno di noi ha tirato di più sulle conseguenza da trarne. Accanto a noi c’erano altri studiosi e politici della pace; e forse un po’ più avanti di noi quanto all’etica dell’impegno personale e dell’autocritica della propria parte era Ernesto Balducci. Dio ci guardi dal volerne ridurre la figura entro una fisionomia già composta in ogni suo tratto; la biografia del sacerdote era troppo ricca e tormentata per prestarsi a ciò – da studioso della teologia scolastica a teologo della liberazione, da lapiriano che arriva tardi sui grandi trends internazionali a strenuo obbiettore del militare e del militarismo, organizzatore e agitatore pacifista che si indirizza ad individuare nell’imperialismo "la nube che reca in sé l’uragano"; fortemente colpito dalla guerra del 1991, tra i fondatori dei "Comitato per la verità sulla guerra del Golfo ", egli ha spinto il suo sguardo al di là della tragedia irachena vedendo appunto in essa un momento di definizione della "strategia dell’impero", ispirando il volume di Allegretti, Dinucci e Gallo che porta questo titolo e che riconduce il discorso e il terreno d’impegno immediato alla radicale opposizione al "Nuovo Modello di difesa" italiano.

Balducci non aveva "capito tutto" per noi e per la nostra pigrizia "di sinistra ", e per chi lo contrastò "da destra"; anche per lui il pacifismo era una ricerca che apriva sugli altri problemi che costituiscono la tragedia del nostro tempo, proprio quelli della cui connessione col nodo guerra/pace erano rivelazioni la mattanza del Golfo e il protrarsi del genocidio in forma di liberaldemocratico embargo; così come la tragedia dello smembramento della Jugoslavia e della nuova guerra, sulla quale anche "Giano" non ha, purtroppo, saputo portare avanti un’analisi critica continua ed efficace.

Su "Giano" e intorno ad esso la discussione non si è da allora quietata. Lungi dall’essere scoraggiata, essa ha anzi tratto nuovo alimento dai passi indietro e a destra di persone, gruppi e istituzioni che erano parsi punti fermi dell’arcipelago pacifista degli anni ’80 ma che tendono a perdere per strada il senso etico–politico dell’impegno pacifista, la sua autonomia, l’orgoglio della propria indipendenza dal potere pubblico e militare, la peculiarità di una ricerca in continuo rinnovamento.

Se l’elaborazione pacifista ci ha rimandato alla complessità tematica di "pace ambiente problemi globali", la formulazione del mi uovo sottotitolo di "Giano" vuole però significare un impegno preciso di allargamento e approfondimento di una ricerca che resta sempre orientata alla pace. Ho già avuto modo di esprimermi al riguardo, dialogando con Luigi Amodio sul n. 13, e non mancherò di pronunciarmi ancora in proposito. Penso soprattutto ad un intervento in materia di storiografia e problemi globali (che significa, in sostanza, globalita? cosa cambia questa dimensione nell’epistemologia e filosofia della storia e nel mestiere dello storico?).

Più importante è, naturalmente, che altri collaboratori, e studiosi di altre discipline, prendano la parola, pro o anche contro, se non sono d’accordo con la direzione di sviluppo e l’orientamento di "Giano" verso una politica del pacifismo che reagisca al quasi–silenzio e alla povertà di elaborazione teorica del "pacifismo moderato" criticato sul n. 14–15 da Sergio Cararo. E che vuole portare la sua elaborazione su terreni apparentemente altri dal pacifismo ma ad esso tanto contigui da far pensare che la compartimentazione esistente debba essere ripensata daccapo e sperabilmente superata. Mi riferisco in particolare all’ecologia, perché i nuovi orizzonti della ricerca ispirata alla pace e all’internazionalismo, e della relativa attività sociale e politica, comportano una riforma profonda, per molti aspetti una in versione del rapporto tra prassi umana e natura.

Anche a questo proposito noi partiamo dalle stesse considerazioni che abbiamo fatto sulla svolta reazionaria in corso. La conferenza di Rio del 1992 si chiuse con risultati pratici deludenti, che Vittorio Sartogo illustrò sul nostro n. 11 rilevando che anche da parte dei più illuminati tra gli zelatori del capitale non si andava più in là di un affidamento dell’etica della produzione e dei consumi alle regole di mercato e ad una concezione prometeica dello sviluppo. Non è certo un caso che il concetto di "gap prometeico" e la critica più radicale alla tipologia dominante di progresso siano venuti da uno dei grandi fondatori del pacifismo di lotta dell’era atomica, Günther Anders; come non è un caso che gli ultimi impegni di studio di Balducci siano stati più direttamente rivolti al paradigma industrialistico e scientistico della modernità e alle ricadute in termini di violenza e di guerra.

Il piano di ricerca e la sperimentazione tematica di "Giano" devono affrontare quest’ordine di questioni con la coscienza della loro unità nell’ambito di una peace research che sia "scienza nuova" aperta in tutte le direzioni e a tutte le attinenze, e quindi a quel ripensamento totale dei vecchi orizzonti ideologici e culturali che ci siamo proposti fin dall’inizio. E devono affrontare il nuovo e più vasto quadro problematico con il pieno senso dell’importanza politica d’una ricostruzione dell’intelletto generale del socialismo a contatto con le sfide dell’"età globale".

Dir.



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